ambiguo

[am-bì-guo]
In sintesi
equivoco, subdolo
← lat. plu(m), dal tema di o ‘due’.
agg.
pl. m. -gui; f. -gua, pl. -gue)

1
Che può intendersi in più sensi; dubbio: parole ambigue; senso a. di una frase
2
In senso morale, doppio, falso, sfuggente: persona ambigua, carattere a. || Immorale, equivoco: ambiente a.; un tipo a.
3
non com. Di incerta natura o struttura: forma ambigua || lett. Incerto
4
poet. Attorto, contorto: gli oleandri ambigui (D'Annunzio)

Citazioni
mento, e l’ignominia una giusta retribuzione, il poco che abbiam visto, deve bastare almeno a farne dubitare. È vero che ne’ loro libri, o, per dir meglio, in qualcheduno, sono, più che nelle leggi, descritte le varie specie di tormenti; ma come consuetudini invalse e radicate nella pratica, non come ritrovati degli scrittori. E Ippolito Marsigli, scrittore e giudice del secolo decimoquinto, che ne fa un’atroce, strana e ributtante lista, allegando anche la sua esperienza, chiama però bestiali que’ giudici che ne inventan di nuovi. Furono quegli scrittori, è vero, che misero in campo la questione del numero  delle  volte  che  lo  spasimo  potesse  esser  ripetuto;  ma  (e  avremo occasion di vederlo) per impor limiti e condizioni all’arbitrio, profittando dell’indeterminate e ambigue indicazioni che ne somministrava il diritto romano. Furon essi, è vero, che trattaron del tempo che potesse durar lo spasimo; ma non per altro che per imporre, anche in questo, qualche misura all’instancabile crudeltà, che non ne aveva dalla legge, “a certi giudici, non meno ignoranti che iniqui, i quali tormentano un uomo per tre o quattr’ore,” dice il Farinacci; “a certi giudici iniquissimi e scelleratissimi, levati dalla feccia, privi di scienza, di virtù, di ragione, i quali, quand’hanno in loro potere un accusato, forse a torto (forte indebite), non gli parlano che tenendolo al tormento; e se non confessa quel ch’essi vorrebbero, lo lascian lì pendente alla fune, per un giorno, per una notte intera,” aveva detto il Marsigli, circa un secolo prima. In questi passi, e in qualche altro de’ citati sopra, si può anche notare come alla crudeltà cerchino d’associar l’idea dell’ignoranza. E per la ragion contraria, raccomandano, in nome della scienza, non meno che della coscienza, la moderazione, la benignità, la mansuetudine. Parole che fanno rabbia, applicate a una tal cosa; ma che insieme fanno vedere se l’intento di quegli scrittori era d’aizzare il mostro, o d’ammansarlo. Riguardo poi alle persone che potessero esser messe alla tortura, non vedo cos’importi che niente ci fosse nelle leggi propriamente nostre, quando c’era molto, relativamente al resto di questa trista materia, nelle leggi romane, le quali erano in fatto leggi nostre anch’esse. “Uomini”, prosegue il Verri, “ignoranti e feroci, i quali senza esaminare donde emani il diritto di punire i delitti, qual sia il fine per cui si puniscono, quale la norma onde graduare la gravezza dei delitti, qual debba esser la
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
alcune cose che non son necessarie nello scrivere: come la voce bona, non troppo sottile o molle come di femina, né ancor tanto austera ed orrida che abbia del rustico, ma sonora, chiara, soave e ben composta, con la pronunzia espedita e coi modi e gesti convenienti; li quali, al parer mio, consistono in certi movimenti di tutto ‘l corpo, non affettati né violenti, ma temperati con un volto accommodato e con un mover d’occhi che dia grazia e s’accordi con le parole, e più che si po significhi ancor coi gesti la intenzione ed affetto di colui che parla. Ma tutte queste cose sarian vane e di poco momento, se le  sentenzie  espresse  dalle  parole  non  fossero  belle,  ingeniose, acute, eleganti e gravi, secondo ‘l bisogno.” XXXIV “Dubito,” disse allora il signor Morello, “che se questo cortegiano parlerà con tanta eleganzia e gravità, fra noi si trovaranno di quei che non lo intenderanno.” “Anzi da ognuno sarà inteso,” rispose il Conte, “perché la facilità non impedisce la eleganzia. Né io voglio che egli parli sempre in gravità, ma di cose piacevoli, di giochi, di motti e di burle secondo il tempo; del tutto però sensatamente e con prontezza e copia non confusa; né mostri in parte alcuna vanità o sciocchezza puerile. E quando poi parlerà di cosa oscura o difficile, voglio che e con le parole e con le sentenzie ben distinte esplichi sottilmente la intenzion sua, ed ogni ambiguità faccia chiara e piana con un certo modo diligente senza molestia. Medesimamente, dove  occorrerà,  sappia  parlar  con  dignità  e  veemenzia,  e  concitar  quegli affetti che hanno in sé gli animi nostri, ed accenderli o moverli secondo il bisogno; talor con una simplicità di quel candore, che fa parer che la natura istessa parli, intenerirgli e quasi inebbriargli di dolcezza, e con tal facilità, che chi ode estimi ch’egli ancor con pochissima fatica potrebbe conseguir quel grado, e quando ne fa la prova si gli trovi lontanissimo. Io vorrei che ‘l nostro cortegiano parlasse e scrivesse di tal maniera, e non solamente pigliasse  parole  splendide  ed  eleganti  d’ogni  parte  della  Italia,  ma  ancora laudarei che talor usasse alcuni di quelli termini e franzesi e spagnoli, che già sono dalla consuetudine nostra accettati. Però a me non dispiacerebbe che, occorrendogli, dicesse primor, dicesse accertare, avventurare; dicesse ripassare una persona con ragionamento, volendo intendere riconoscerla e trattarla per averne perfetta notizia; dicesse un cavalier senza rimproccio,
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
scaccata; la qual sùbito saltò la banda, lamentandosi forte, e parea che domandasse ragione al Re del torto che le era fatto. Il gentilomo poi la reinvitò a giocare; essa avendo alquanto ricusato con cenni; pur si pose a giocar di novo e, come l’altra volta avea fatto, così questa ancora lo ridusse a mal termine; in ultimo, vedendo la simia poter dar scaccomatto al gentilom, con una nova malizia volse assicurarsi di non esser più battuta; e chetamente, senza mostrar che fosse suo fatto, pose la man destra sotto ‘l cubito sinistro del gentilomo, il quale esso per delicatura riposava sopra un guancialetto di taffetà, e prestamente levatoglielo, in un medesimo tempo con la man sinistra gliel diede matto di pedina e con la destra si pose il guancialetto in capo, per farsi scudo alle percosse; poi fece un salto inanti al Re allegramente, quasi per testimonio della vittoria sua. Or vedete se questa simia era savia, avveduta e prudente.” Allora messer Cesare Gonzaga, “Questa è forza,” disse, “che tra l’altre simie fosse dottore, e di molta autorità; e penso che la Republica delle simie indiane la mandasse in Portogallo per acquistar riputazione in paese incognito.” Allora ognun rise e della bugia e della aggiunta fattagli per messer Cesare. LVII Così,  seguitando  il  ragionamento,  disse  messer  Bernardo:  “Avete adunque inteso delle facezie che sono nell’effetto e parlar continuato, ciò che m’occorre; perciò ora è ben dire di quelle che consistono in un detto solo ed hanno quella pronta acutezza posta brevemente nella sentenzia o nella parola; e sì come in quella prima sorte di parlar festivo ha da fuggir, narrando ed imitando, di rassimigliarsi ai buffoni e parassiti ed a quelli che inducono altrui a ridere per le lor sciocchezze; così in questo breve devesi guardare il cortegiano di non parer maligno e velenoso, e dir motti ed arguzie solamente per far dispetto e dar nel core; perché tali omini spesso per diffetto della lingua meritamente hanno castigo in tutto ‘l corpo. LVIII Delle facezie adunque pronte, che stanno in un breve detto, quelle sono acutissime, che nascono dalla ambiguità, benché non sempre inducano a ridere, perché più presto sono laudate per ingeniose che per ridicule: come pochi dì sono disse il nostro messer Annibal Paleotto ad uno che gli Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
proponea un maestro per insegnar grammatica a’ suoi figlioli, e poi che gliel’ebbe  laudato  per  molto  dotto,  venendo  al  salario  disse  che  oltre  ai denari volea una camera fornita per abitare e dormire, perché esso non avea letto: allor messer Annibal sùbito rispose: “E come po egli esser dotto, se non ha letto?’ Eccovi come ben si valse del vario significato di quello “non aver letto’. Ma perché questi motti ambigui hanno molto dell’acuto, per pigliar l’omo le parole in significato diverso da quello che le pigliano tutti gli altri, pare, come ho detto, che più presto movano maraviglia che riso, eccetto  quando  sono  congiunti  con  altra  manera  di  detti.  Quella  sorte adunque  di  motti  che  più  s’usa  per  far  ridere  è  quando  noi  aspettiamo d’udir una cosa, e colui che risponde ne dice un’altra e chiamasi “fuor d’opinione’. E se a questo è congiunto lo ambiguo, il motto diventa salsissimo; come l’altr’ieri, disputandosi di fare un bel “mattonato’ nel camerino della signora Duchessa, dopo molte parole voi, Ioan Cristoforo, diceste: “Se noi potessimo avere il vescovo di Potenzia e farlo ben spianare, saria molto a proposito, perché egli è il più bel “matto nato” ch’io vedessi mai’. Ognun rise molto, perché dividendo quella parola “mattonato’ faceste lo ambiguo; poi dicendo che si avesse a spianare un vescovo e metterlo per pavimento d’un  camerino,  fu  for  di  opinione  di  chi  ascoltava;  così  riuscì  il  motto argutissimo e risibile. LVIX Ma dei motti ambigui sono molte sorti; però bisogna essere avvertito ed uccellar sottilissimamente alle parole, e fuggir quelle che fanno il motto freddo, o che paia che siano tirate per i capelli, o vero, secondo che avemo detto, che abbian troppo dello acerbo. Come ritrovandosi alcuni compagni in casa d’un loro amico, il quale era cieco da un occhio, e invitando quel cieco la compagnia a restar quivi a desinare, tutti si partirono eccetto uno; il qual disse: “Ed io vi restarò, perché veggo esserci vuoto il loco per uno’; e così col dito mostrò quella cassa d’occhio vuota. Vedete che questo è acerbo e discortese troppo, perché morse colui senza causa e senza esser stato esso prima punto, e disse quello che dir si poria contra tutti i ciechi; e tai cose universali non dilettano, perché pare che possano essere pensate. E di questa sorte fu quel detto ad un senza naso: “E dove appicchi tu gli occhiali?’ o: “Con che fiuti tu l’anno le rose?’
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
LXV “E che cosa deve egli adunque fare?” disse il signor Gasparo. Suggiunse il Magnifico: “Se pur vole scrivere o parlare, farlo con tanta modestia e così cautamente, che le parole prime tentino l’animo e tocchino tanto ambiguamente la voluntà di lei, che le lassino modo ed uno certo esito di poter simulare di non conoscere, che que’ ragionamenti importino amore, acciò che se trova difficultà, possa ritrarse, e mostrar d’aver parlato o scritto ad altro fine, per goder quelle domestiche carezze ed accoglienzie con sicurtà, che spesso le donne concedono a chi par loro che le pigli per amicizia; poi le negano, sùbito che s’accorgono che siano ricevute per dimostrazion d’amore.  Onde  quelli  che  son  troppo  precipiti  e  si  avventurano  così prosuntuosamente  con  certe  furie  ed  ostinazioni,  spesso  le  pérdono,  e meritamente; perché ad ogni nobil donna pare sempre di esser poco estimata da chi senza rispetto la ricerca d’amore prima che l’abbia servita. LXVI Però, secondo me, quella via che deve pigliar il cortegiano per far noto  l’amor  suo  alla  donna  parmi  che  sia  il  mostrargliele  coi  modi  più presto che con le parole; ché veramente talor più affetto d’amor si conosce in un suspiro, in un rispetto, in un timore, che in mille parole; poi far che gli occhi siano que’ fidi messaggeri, che portino l’ambasciate del core; perché spesso con maggior efficacia mostran quello che dentro vi è di passione, che la lingua propria o lettere o altri messi, di modo che non solamente scoprono i pensieri, ma spesso accendono amore nel cor della persona amata; perché que’ vivi spirti che escono per gli occhi, per esser generati presso al  core,  entrando  ancor  negli  occhi,  dove  sono  indrizzati  come  saetta  al segno, naturalmente penetrano al core come a sua stanza ed ivi si confondono con quegli altri spirti e, con quella sottilissima natura di sangue che hanno  seco,  infettano  il  sangue  vicino  al  core,  dove  son  pervenuti,  e  lo riscaldano e fannolo a sé simile ed atto a ricevere la impression di quella imagine che seco hanno portata; onde a poco a poco andando e ritornando questi messaggeri la via per gli occhi al core e riportando l’esca e ‘l focile di bellezza e di grazia, accendono col vento del desiderio quel foco che tanto arde e mai non finisce di consumare, perché sempre gli apportano materia di speranza per nutrirlo.  Però ben dir si po che gli occhi siano guida in amore, massimamente se sono graziosi e soavi; neri di quella chiara e dolce
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
negano a se stesse que’ piaceri che forse con qualche escusazione potrebbono conseguire; e sono causa che ‘l povero amante per vera disperazion è sforzato usar modi donde si publica quello, che con ogni industria s’averia a tener secretissimo. Alcun’altre sono le quali, se con inganni possono indurre molti a credere d’essere da loro amati, nutriscono tra essi le gelosie col far carezze e favore all’uno in presenzia dell’altro; e quando veggon che quello ancor che esse più amano già si confida d’esser amato per le demostrazioni fattegli,  spesso  con  parole  ambigue  e  sdegni  simulati  lo  suspendeno  e  gli traffiggono il core, mostrando non curarlo e volersi in tutto donare all’altro; onde nascono odii, inimicizie ed infiniti scandali e ruine manifeste, perché forza è mostrar l’estrema passion che in tal caso l’uom sente, ancor che alla donna ne resulti biasimo ed infamia. Altre non contente di questo solo tormento della gelosia, dopo che l’amante ha fatto tutti i testimonii d’amore e di fidel servitù, ed esse ricevuti l’hanno con qualche segno di correspondere in benivolenzia, senza proposito e quando men s’aspetta cominciano a star sopra di sé e mostrano di credere che egli sia intepidito, e fingendo novi suspetti di non essere amate accennano volersi in ogni modo alienar da lui; onde per questi inconvenienti il meschino per vera forza è necessitato a ritornare da capo e far le demostrazioni, come se allora cominciasse a servire; e tutto di passeggiar per la contrada, e quando la donna si parte di casa accompagnarla alla chiesa ed in ogni loco ove ella vada, non voltar mai gli occhi in altra parte; e quivi si ritorna ai pianti, ai suspiri, allo star di mala voglia; e quando se le po parlare, ai scongiuri, alle biasteme, alle disperazioni ed a tutti quei furori, a che gli infelici innamorati son condotti da queste fiere, che hanno più sete di sangue che le tigri. LXXV Queste tai dolorose dimostrazioni son troppo vedute e conosciute, e spesso più dagli altri che da chi le causa; ed in tal modo in pochi dì son tanto publiche, che non si po far un passo né un minimo segno, che non sia da mille occhi notato. Intervien poi che molto prima che siano tra essi i piaceri d’amore, sono creduti e giudicati da tutto ‘l mondo, perché esse, quando pur veggono che l’amante già vicino alla morte, vinto dalla crudeltà e dai strazi usatigli, delibera determinatamente e da dovero di ritirarsi, allora  cominciano  a  dimostrar  d’amarlo  di  core  e  fargli  tutti  i  piaceri  e donarsegli, acciò che, essendogli mancato quell’ardente desiderio, il frutto
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
ne nasce la battaglia del piacere e del dolore contra il giudicio; in ultimo la ragion, vinta dall’appetito troppo possente, s’abbandona, come nave che per un spacio di tempo si diffende dalle procelle di mare, al fin, percossa da troppo furioso impeto de’ venti, spezzate l’ancore e sarte, si lassa traportar ad arbitrio di fortuna, senza operar timone o magisterio alcuno di calamita per  salvarsi.  L’incontinenti  adunque  commetton  gli  errori  con  un  certo ambiguo rimorso e quasi a lor dispetto; il che non fariano, se non sapessero che quel che fanno è male, ma senza contrasto di ragione andariano totalmente profusi drieto all’appetito ed allor non incontinenti, ma intemperati sariano;  il  che  è  molto  peggio;  però  la  incontinenzia  si  dice  esser  vicio diminuto perché ha in sé parte di ragione; e medesimamente la continenzia, virtù imperfetta, perché ha in sé parte d’affetto; perciò in questo parmi che non si possa dir che gli errori degli incontinenti procedano da ignoranzia, o che essi s’ingannino e che non pecchino, sapendo che veramente peccano.” XVI Rispose  il  signor  Ottaviano:  “In  vero,  messer  Pietro,  l’argumento vostro è bono; nientedimeno, secondo me, è più apparente che vero perché, benché gli incontinenti pecchino con quella ambiguità, e che la ragione nell’animo loro contrasti con l’appetito e lor paia che quel che è male sia male, pur non ne hanno perfetta cognizione, né lo sanno così intieramente come saria bisogno; però in essi di questo è più presto una debile opinione che certa scienzia, onde consentono che la ragion sia vinta dallo affetto; ma se ne avessero vera scienzia, non è dubbio che non errariano; perché sempre quella cosa per la quale l’appetito vince la ragione è ignoranzia, né po mai la vera scienzia esser superata dallo affetto, il quale dal corpo e non dall’animo deriva; e se dalla ragione è ben retto e governato, diventa virtù, e se altrimenti diventa vicio; ma tanta forza ha la ragione, che sempre si fa obedire al senso, e con maravigliosi modi e vie penetra, pur che la ignoranzia non occupi quello che essa aver dovria; di modo che, benché i spiriti e i nervi e l’ossa non abbiano ragione in sé, pur quando nasce in noi quel movimento dell’animo, quasi che ‘l pensiero sproni e scuota la briglia ai spiriti, tutte le membra s’apparecchiano, i piedi al corso, le mani a pigliare o a fare ciò che l’animo pensa; e questo ancora si conosce manifestamente in molti, li quali, non sapendo, talora mangiano qualche cibo stomacoso e schifo, ma così
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Ma  quando  si  lasci  Aristotile,  chi  ne  ha  da  essere  scorta  nella  filosofia? nominate voi qualche autore. Ci è bisogno di scorta ne i paesi incogniti e selvaggi, ma ne i luoghi aperti e piani i ciechi solamente hanno bisogno di guida; e chi è tale, è ben che si resti in casa, ma chi ha gli occhi nella fronte e nella mente, di quelli si ha da servire per iscorta. Né perciò dico io che non si deva ascoltare Aristotile, anzi laudo il vederlo e diligentemente studiarlo, e solo biasimo il darsegli in preda in maniera che alla cieca si sottoscriva a ogni suo detto e, senza cercarne altra ragione, si debba avere per decreto inviolabile; il che è un abuso che si tira dietro un altro disordine estremo, ed è che altri non si applica più a cercar d’intender la forza delle sue dimostrazioni. E qual cosa è più vergognosa che ‘l sentir nelle publiche dispute, mentre si tratta di conclusioni dimostrabili uscir un di traverso con un testo, e bene spesso scritto in ogni altro proposito, e con esso serrar la bocca all’avversario? Ma quando pure voi vogliate continuare in questo modo di studiare, deponete il nome di filosofi, e chiamatevi o istorici o dottori di memoria; ché non conviene che quelli che non filosofano mai, si usurpino l’onorato titolo di filosofo. Ma è ben  ritornare  a  riva,  per  non  entrare  in  un  pelago  infinito,  del  quale  in tutt’oggi non si uscirebbe. Però, signor Simplicio, venite pure con le ragioni  e  con  le  dimostrazioni,  vostre  o  di  Aristotile,  e  non  con  testi  e  nude autorità, perché i discorsi nostri hanno a essere intorno al mondo sensibile, e non sopra un mondo di carta. E perché nel discorso di ieri si cavò dalle tenebre  e  si  espose  al  cielo  aperto  la  Terra,  mostrando  che  ‘l  volerla connumerare tra quelli che noi chiamiamo corpi celesti non era proposizione talmente convinta e prostrata che non gli restasse qualche spirito vitale, séguita che noi andiamo esaminando quello che abbia di probabile il tenerla  fissa  e  del  tutto  immobile,  intendendo  quanto  al  suo  intero  globo,  e quanto possa avere di verisimilitudine il farla mobile di alcun movimento, e di quale: e perché in tal quistione io sono ambiguo, ed il signor Simplicio risoluto, insieme con Aristotile, per la parte dell’immobilità, egli di passo in Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
La forma dell’argomentare mi par concludente, ma credo bene che l’applicazione o la materia sia diffettosa; e purché l’autore voglia persistere nel suo assunto, la conseguenza verrà senz’altro direttamente contro di lui. Il progresso dell’argomento ètale: Tra i corpi mondani, sei ce ne sono che perpetuamente si muovono, e sono i sei pianeti; de gli altri, cioè della Terra, del Sole  e  delle  stelle  fisse,  si  dubita  chi  di  loro  si  muova  e  chi  stia  fermo, essendo necessario che se la Terra sta ferma, il Sole e le stelle fisse si muovano, e potendo anch’essere che il Sole e le fisse stessero immobili, quando la Terra si muovesse; cercasi, in dubbio del fatto, a chi più convenientemente si possa attribuire il moto, ed a chi la quiete. Detta il natural discorso, che il moto debba stimarsi essere di chi più in genere ed in essenza conviene con quei corpi che indubitatamente si muovono, e la quiete di chi da i medesimi più dissente; ed essendo che un’eterna quiete e perpetuo moto sono  accidenti  diversissimi,  è  manifesto  che  la  natura  del  corpo  sempre mobile convien che sia diversissima dalla natura del sempre stabile; cerchiamo dunque, mentre stiamo ambigui del moto e della quiete, se per via di qualche altra rilevante condizione potessimo investigare chi più convenga con i corpi sicuramente mobili, o la Terra, o pure il Sole e le stelle fisse. Ma ecco la natura, favorevole al nostro bisogno e desiderio, ci somministra due condizioni insigni, e differenti non meno che ‘l moto e la quiete, e sono la luce e le tenebre, cioè l’esser per natura splendidissimo, e l’esser oscuro e privo di ogni luce. Son dunque diversissimi d’essenza i corpi ornati d’un interno ed eterno splendore, da i corpi privi d’ogni luce: priva di luce è la Terra; splendidissimo per se stesso è il Sole, e non meno le stelle fisse; i sei pianeti mobili mancano totalmente di luce, come la Terra; adunque l’essenza loro convien con la Terra, e dissente dal Sole e dalle stelle fisse: mobile dunque è la Terra, immobile il Sole e la sfera stellata. Ma l’autore non concederà che i sei pianeti sien tenebrosi, e su tal negativa si terrà saldo, o vero egli argomenterà la conformità grande di natura tra’ sei pianeti e il Sole e le stelle fisse, e la difformità tra questi e la Terra, da altre condizioni  che  dalle  tenebre  e  dalla  luce;  anzi,  or  ch’io  m’accorgo, nell’instanza quinta, che segue, ci è posta la disparità somma tra la Terra e i corpi celesti: nella quale egli scrive, che gran confusione e intorbidamento sarebbe nel sistema dell’universo e tra le sue parti secondo l’ipotesi del Copernico; imperocché tra corpi celesti immutabili ed incorruttibili, secondo Aristotile e Ticone ed altri, tra corpi, dico, di tanta nobiltà, per confessione di ognuno e dell’istesso Copernico, che afferma quelli esser ordinati e disposti in un’ottima costituzione, e che da quelli rimuove ogni inconstanza di  virtù,  tra  corpi,  dico,  tanto  puri,  cioè  tra  Venere  e  Marte,  collocar  la sentina di tutte le materie corruttibili, cioè la Terra, l’acqua, l’aria e tutti i
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
XLIX – Se quelle cittadi che hanno avuto il principio libero, come Roma, hanno difficultà a trovare legge che le mantenghino: quelle che lo hanno immediate servo, ne hanno quasi una impossibilità ......................................................................................................................... 96 L – Non debba uno consiglio o uno magistrato potere fermare le azioni delle città ............................ 98 LI – Una republica o uno principe debbe mostrare di fare per liberalità quello a che la necessità lo constringe ................................................................................................................................. 99 LII – A reprimere la insolenzia d’uno che surga in una republica potente, non vi e più sicuro e meno scandoloso modo, che preoccuparli quelle vie per le quali viene a quella potenza ................... 100 LIII – Il popolo molte volte disidera la rovina sua, ingannato da una falsa spezie di beni: e come le grandi speranze e gagliarde promesse facilmente lo muovono ................................................ 101 LIV – Quanta autorità abbi uno uomo grave a frenare una moltitudine concitata ........................... 104 LV – Quanto facilmente si conduchino le cose in quella città dove la moltitudine non è corrotta: e che, dove è equalità, non si può fare principato; e dove la non è, non si può fare republica ..... 105 LVI – Innanzi che seguino i grandi accidenti in una città o in una provincia, vengono segni che gli pronosticono, o uomini che gli predicano ............................................................................. 108 LVII – La Plebe insieme è gagliarda, di per sé è debole .................................................................... 109 LVIII – La moltitudine è più savia e più costante che uno principe ................................................. 110 LIX – Di quale confederazione o lega altri si può più fidare; o di quella fatta con una republica, o di quella fatta con uno principe ................................................................................................ 114 LX – Come il Consolato e qualunque altro magistrato in Roma si dava sanza rispetto di età ........... 116 Libro secondo ............................................................................................................................... 117 Proemio .......................................................................................................................................... 117 I – Quale fu più cagione dello imperio che acquistarono i romani, o la virtù, o la fortuna .............. 120 II – Con quali popoli i Romani ebbero a combattere, e come ostinatamente quegli difendevono la loro libertà ........................................................................................................................... 123 III – Roma divenne gran città rovinando le città circunvicine, e ricevendo i forestieri facilmente a’ suoi onori ............................................................................................................................ 127 IV – Le republiche hanno tenuti tre modi circa lo ampliare ............................................................ 129 V – Che la variazione delle sètte e delle lingue, insieme con l’accidente de’ diluvii o della peste, spegne le memorie delle cose ................................................................................................... 132 VI – Come i Romani procedevano nel fare la guerra ....................................................................... 134 VII – Quanto terreno i Romani davano per colono ......................................................................... 135 VIII – La cagione perché i popoli si partono da’ luoghi patrii, ed inondano il paese altrui ............... 136 IX – Quali cagioni comunemente faccino nascere le guerre intra i potenti ...................................... 139 X – I danari non sono il nervo della guerra, secondo che è la comune opinione .............................. 140 XI – Non è partito prudente fare amicizia con uno principe che abbia più opinione che forze ........ 142 XII – S’egli è meglio, temendo di essere assaltato, inferire o aspettare la guerra ............................... 143 XIII – Che si viene di bassa a gran fortuna più con la fraude; che con la forza ................................ 146 XIV – Ingannansi molte volte gli uomini, credendo con la umiltà vincere la superbia ..................... 148 XV – Gli stati deboli sempre fiano ambigui nel risolversi: e sempre le diliberazioni lente sono nocive ..... 149 XVI – Quanto i soldati de’ nostri tempi si disformino dagli antichi ordini ...................................... 151
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Niccolò Machiavelli   Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio    Libro primo  i i i i i i i tutto buoni; e sempre interviene che, subito dopo la vittoria, lasciare lo esercito non vogliono, portarsi modestamente non possono, usare termini violenti e che abbiano in sé l’onorevole non sanno; talché, stando ambigui, intra quella loro dimora ed ambiguità, sono oppressi. Quanto a una republica, volendo fuggire questo vizio dello ingrato, non si può dare il medesimo rimedio che al principe; cioè che vadia, e non mandi, nelle espedizioni sue, sendo necessitata a mandare uno suo cittadino. Conviene, pertanto, che per rimedio io le dia, che la tenga i medesimi modi che tenne la Republica romana a essere meno ingrata che l’altre. Il che nacque dai modi del suo governo. Perché, adoperandosi tutta la città, e gli nobili e gli ignobili, nella guerra, surgeva sempre in Roma in ogni età tanti uomini virtuosi, ed ornati di varie vittorie, che il popolo non aveva cagione di dubitare d’alcuno di loro, sendo assai, e guardando l’uno l’altro. E in tanto si mantenevano interi e respettivi di non dare ombra di alcuna ambizione né cagione al popolo, come ambiziosi, l’offendergli, che, venendo alla dittatura quello maggiore gloria ne riportava che più tosto la diponeva. E così, non potendo simili modi generare sospetto, non generavano ingratitudine. In modo che, una republica che non voglia avere cagione d’essere ingrata, si debba governare come Roma, e uno cittadino che voglia fuggire quelli suoi morsi, debbe osservare i termini osservati da’ cittadini romani. XXXI Che i capitani romani per errore commesso non furano mai istraordinariamente puniti; né furano mai ancora puniti quando per la ignoranza loro o tristi partiti presi da loro ne fusse seguiti danni alla republica. I Romani non solamente, come di sopra avemo discorso, furano manco ingrati che l’altre republiche, ma ancora furano più pii e più rispettivi nella punizione de’ loro capitani degli eserciti che alcuna altra. Perché se il loro errore fusse stato per malizia, e’ lo gastigavano umanamente; se gli era per ignoranza, non che lo punissono, e’ lo premiavano ed onoravano. Questo modo del procedere era bene considerato da loro: perché e’ giudicavano che fusse di tanta importanza, a quelli che governavano gli eserciti loro, lo avere l’animo libero ed espedito, e sanza altri estrinseci rispetti nel pigliare i partiti, che non volevono aggiugnere, a una cosa per sé stessa difficile e pericolosa, nuove difficultà e pericoli; pensando che, aggiugnendoveli, nessu-
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Niccolò Machiavelli   Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio    Libro secondo  XV Gli stati deboli sempre fiano ambigui nel risolversi: e sempre le diliberazioni lente sono nocive. In questa medesima materia, ed in questi medesimi principii di guerra intra i Latini ed i Romani, si può notare come in ogni consulta è bene venire allo individuo di quello che si ha a diliberare, e non stare sempre in ambiguo né in su lo incerto della cosa. Il che si vede manifesto nella consulta che feciono i Latini, quando ei pensavano alienarsi dai Romani. Perché, avendo i Romani presentito questo cattivo umore che ne’ popoli latini era entrato, per certificarsi della cosa, e per veder se potevano sanza mettere mano alle armi riguadagnarsi quegli popoli, fecero loro intendere, come e’ mandassono a Roma otto cittadini perché avevano a consultare con loro. I Latini, inteso questo, ed avendo coscienza di molte cose fatte contro alla voglia de’ Romani, fecioro concilio per ordinare chi dovesse ire a Roma e darli commissione di quello ch’egli avesse a dire. E stando nel concilio in questa disputa, Annio loro pretore disse queste parole: “Ad summam rerum nostrarum pertinere arbitror, ut cogitetis magis, quid agendum nobis, quam quid loquendum sit. Facile erit, explicatis consiliis, accommodare rebus verba”. Sono, sanza dubbio, queste parole verissime e debbono essere da ogni principe e da ogni republica gustate: perché, nella ambiguità e nella incertitudine di quello che altri voglia fare, non si sanno accomodare le parole, ma, fermo una volta l’animo, e diliberato quello sia da esequire, è facil cosa trovarvi le parole. Io ho notata questa parte più volentieri, quanto io ho molte volte conosciuto tale ambiguità avere nociuto alle publiche azioni, con danno e con vergogna della republica nostra. E sempre mal avverrà che ne’ partiti dubbi e dove bisogna animo a diliberargli, sarà questa ambiguità, quando abbiano a essere consigliati e diliberati da uomini deboli. Non sono meno nocive ancora le diliberazioni lente e tarde, che le ambigue; massime quelle che si hanno a diliberare in favore di alcuno amico; perché con la lentezza loro non si aiuta persona, e nuocesi a sé medesimo. Queste diliberazioni così fatte procedono o da debolezza d’animo e di forze, o da malignità di coloro che hanno a diliberare i quali, mossi dalla passione propria di volere rovinare lo stato o adempiere qualche altro loro disiderio,  non  lasciano  seguire  la  diliberazione,  ma  la  impediscono  e  la attraversono. Perché i buoni cittadini, ancora che vegghino una foga popo-
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio di Niccolo Machiavelli