aggetto

[ag-gèt-to]
In sintesi
sporgenza rocciosa; prominenza architettonia
← lat. adiĕctu(m) ‘cosa aggiunta’, part. pass. di adicĕre ‘aggiungere’.
1
ARCH Elemento che sporge rispetto alla linea del muro di un edificio; sporgenza: troppi aggetti in questa facciata || Fare aggetto, aggettare: questo cornicione fa troppo a.
2
GEOL Sporgenza rocciosa

Citazioni
Il quale là giunto, come il vescovo il vide, con uno fiero viso disse: — Qual se’ tu? Alberto balbo e tremante di paura disse: — Io sono Alberto, che fui richiesto che io venisse dinanzi da voi. — Or ben so, — dice il vescovo, — se’ tu quell’Alberto che non credi né in Dio, né ne’ santi? Dice Alberto: — Signor mio, chi ve l’ha detto non dice il vero, ché io credo in ogni cosa. Allora dice il vescovo: — E se tu credi in ogni cosa, dunque credi tu nel diavolo; e questo è quello che a me non bisogna altro ad arderti per paterino. Alberto mezzo uscito di sé, domandando misericordia; dice il vescovo: — Sai tu il Paternostro? Dice Alberto: — Messer sì. — Dillo tosto, — disse lo inquisitore. Alberto cominciò; e non accordando l’aggettivo col sustantivo, giunse balbettando a uno scuro passo, là dove dice: da nobis hodie; e di quello non ne potea uscire. Di che lo inquisitore, udendolo, disse: — Alberto, io l’ho inteso; ché chi è paterino, non puote dire le cose sante; va’, e fa’ che domattina tu torni a me, e io formerò il processo secondo che meriterai. Dice Alberto: — Io tornerò da voi; ma io vi prego per l’amore di Dio che io vi sia raccomandato. Disse lo inquisitore: — Va’, e fa’ che io ti dico. Allora si partì, e tornando verso casa, trovò messer Guccio Tolomei che allo inquisitore per questa faccenda andava. Messer Guccio, veggendolo tornare, dice: — Alberto, la cosa dee stare bene, quando tu torni. Disse Alberto: — Gnaffe! non istà, però che dice che io sono paterino, e che io torni a lui domattina, e ancora non mancò per quella puttana di donna Bisodia che è scritta nel Paternostro che non mi facesse morire allotta allotta. Di che io vi prego per l’amore di Dio che andiate a lui e preghiate che io gli sia raccomandato. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
Essendo stato tolto uno castello nel  Todino da uno gentiluomo di Todi,  convenne  che  tutti  li  soldati  vi  cavalcassino,  fra’  quali  fu  questo Ferrantino; e fatto intorno al castello quel danno che poterono sanza riaverlo, tornandosi verso Todi, venne grandissima piova, di che tutti si bagnarono, e fra gli altri si bagnò Ferrantino più che nessuno, perché li suoi panni pareano di sadirlanda, tanto erano rasi. Essendo costui così bagnato, entrò in Todi, e andò a smontare ad una casetta che tenea a pigione, e disse ad uno suo paggetto acconciasse i cavalli nella stalla, ed egli andò cercando per la casa se fuoco o legne d’accenderlo trovasse: niuno bene vi trovò, però che era povero scudiere, e la sua magione parea la Badìa a Spazzavento. Come costui vidde questo, e che era tutto bagnato e agghiacciava, dice: “Così non debb’io stare”. Subito se n’uscìo fuori, e d’uscio in uscio mettendo il capo, e salendo le scale, si mise andare cercando l’altrui case, e fare dell’impronto per asciugarsi, se fuoco vi trovasse. Andando d’una in altra, per fortuna capitò ad una porta, là dove intrato e andando su, trovò in cucina uno grandissimo fuoco con due pentole piene, e con uno schidone di capponi e di starne, e con una fante assai leggiadra e giovene, la quale volgea il detto arrosto. Era perugina, e avea nome Caterina. Costei veggendo così di subito venire Ferrantino nella cucina, tutta venne meno, e disse: — Che vuoi tu? E quelli disse: — Io vegno testeso di tal luogo, e sono tutto bagnato, come tu vedi: in casa mia non ha fuoco, e indugiare non mi potea, ché io mi serei morto: io ti prego che mi lasci rasciugare, e poi me n’andrò. Disse la fante: — O asciugati tosto, e vatti con Dio, ché se messer Francesco tornasse, che ha una gran brigata a cena con lui, non l’averebbe per bene, e a me darebbe di molte busse. Disse Ferrantino: — Io ’l farò, chi è questo messer Francesco? Ella rispose: — È messer Francesco da Narni, che è qui calonaco, e sta in questa casa. Disse Ferrantino: — O io sono il maggior amico ch’egli abbia —; (e non lo conoscea però). Disse la fante:
Il Trecentonovelle di Franco Sacchetti
dubbio sulla sincerità della sua dichiarazione. Era dunque stabilito, ella gli disse, quel capitolo rimaneva intatto e per gli altri capitoli si sarebbe andati d’accordo nel modo istesso. E infatti nel modo istesso ma più facilmente si andò d’accordo per il secondo e per il terzo capitolo. Alfonso li fece cercando d’imitare Annetta e Annetta li rifece senza molto curarsi della prima versione. C’era in questa situazione una parte aggradevole per Alfonso. Conquistata e fatta riconoscere la sua superiorità, Annetta, essendosi accorta probabilmente che la sommissione costava molto ad Alfonso, volle compensarnelo dimostrandogli maggiore amicizia, talvolta anche una protezione commossa da persona superiore, una specie di affetto materno. Lo derideva per le sue debolezze, lo descriveva come un piccolo orso che non sapeva fare complimenti e che mancava di diplomazia; una sera disse agli amici del mercoledì, lui presente, che probabilmente c’erano già stati filosofi maggiori di Alfonso, ma nessuno che come lui avesse preso sul serio la filosofia e vivesse conformemente ai suoi dettami. Ne derivò – questo però quando furono a quattr’occhi – l’aggettivo di “rospo”. Rospo quando balbettava mezza frase e non sapeva dirla tutta, rospo quando diceva che un successo letterario valeva poco perché veniva fatto dagl’ignoranti, infine rospo gli diceva, quando egli le portava il suo abbozzo fatto per esser gettato via. Gli diceva questa parola con un sorriso così buono, guardandolo con ammirazione come un originale meritevole di venir studiato... ma non letto, sì che egli stava rigido, parlava poco, smozzicava le parole per meritarsi più volte tale qualifica. Ella rimase sempre ferma al suo primo giudizio, che Alfonso bensì disponesse di un maggior numero d’idee elevate, ma che non sapesse unirle a farne un buon romanzo. Era troppo greve e troppo grigio. Prima o poi si sarebbe conquistato un bel nome con qualche buona opera filosofica ma con romanzi no, era cosa troppo leggera per lui. Però le noie del lavoro non erano piccole. Al secondo capitolo c’era una scena coniugale terribile fra Clara e il marito nella stanza nuziale, ma al terzo già, e ciò per volere espresso di Annetta, ambidue gli sposi sapevano di amarsi, mentre una grande, immensa fierezza li teneva ancora divisi. Tutto il testo del romanzo doveva trattare di queste due fierezze che bisognava domare perché questo era l’argomento del romanzo. Almeno avesse trattato di queste due fierezze, ma Annetta voleva innestare al romanzo mille altre storielle che coll’argomento principale nulla avevano da fare. Entravano in scena il
Una vita di Italo Svevo
suocero dell’antico fidanzato, il bottegaio, la moglie del nobile, la rivale di Clara, poi anche un fratello di Clara e una sorella dell’industriale i quali finivano con lo sposarsi, e infine diversi altri personaggi che prendevano parte a una commediola politica, un’elezione fatta per ingrossare la novelluccia a romanzo. Alfonso aveva proposto di ommettere tutta questa roba inutile e di lasciare le due fierezze che Annetta aveva volute, una di fronte all’altra a sbrigarsela fra di loro; ne poteva ancora risultare una buona analisi della fierezza. Ad Annetta la proposta sembrò addirittura comica. Capitolo per capitolo doveva comporsi di lunghe chiacchierate, lotte fra le due donne, Clara e la moglie del nobile; ogni capitolo poi doveva essere adornato da una o più occhiate di amore fra marito e moglie. Si restava sempre là. Il lavoro, per Alfonso, cominciava a somigliare straordinariamente al lavoro bancario. Alla sera vi si metteva con uno sbadiglio, lottando col sonno, unicamente attento a tenersi strettamente a quanto Annetta gli aveva ordinato di fare, lieto quando aveva terminato. Talvolta la noia del lavoro era tale che finiva coll’andare da Annetta senz’aver fatto nulla. All’ultima ora non aveva lavorato, risolvendo di mandare a scusarsi il giorno appresso e rinunziare di vederla per quel giorno pur di non aver da scrivere quella roba. Ma non sapeva rinunziare a vederla e andava da lei trovando qualche altra scusa. Annetta lo accoglieva sempre gentilmente e non gli moveva un solo rimprovero. Gli faceva leggere quello ch’ella aveva fatto e poi lo lasciava parlare d’altro. Non le dispiaceva di sentirlo parlare. Egli non aveva più che timidezze di proposito perché aveva capito che certe timidezze con Annetta era bene di conservarle. Quando stava per lasciarle si rammentava degli avvertimenti di Macario, di quel piccolo cenno di Francesca, infine del contegno di Spalati, il più vecchio amico di Annetta, il quale se si prendeva delle libertà, lo faceva sempre con un aspetto tanto più rispettoso quanto la parola era libera. Era tanto abile Spalati che le mancava di rispetto soltanto quando l’adulava. Le sue adulazioni pigliavano in tal modo un aspetto ardito che le faceva apparire sincere. Era capacissimo di dirle ch’ella usava troppo dell’aggettivo come Victor Hugo. Alfonso aveva capito il metodo, e il contegno gli era facilitato dalla comodità di poter simulare il carattere che gli era stato attribuito. Dimostrando disprezzo per le forme esteriori, gli era lecito di trascurarne qualcuna, e poi non era il culto di tali forme che Annetta esigeva. Occorreva saper dimostrarle a tempo debito un briciolo di ammirazione o di entusiasmo.
Una vita di Italo Svevo
PARTE PRIMA ............................................... 5 Introduzione ..................................................... 5 Epoca prima – Puerizia. Abbraccia nove anni di vegetazione.................................................. 7 Capitolo primo – Nascita, e parenti .................. 7 Capitolo secondo – Reminiscenze dell’infanzia.. 8 Capitolo terzo – Primi sintomi di un carattere  appassionato ............................................... 10 Capitolo quarto – Sviluppo dell’indole indicato da vari fattarelli ........................................... 12 Capitolo quinto – Ultima storietta puerile ...... 16 Epoca seconda – Adolescenza. Abbraccia otto anni d’ineducazione .................................. 20 Capitolo primo – Partenza dalla casa materna, ed ingresso nell’Accademia di Torino, e descrizione di essa ................................................ 20 Capitolo secondo – Primi studi, pedanteschi, e mal fatti .................................................... 22 Capitolo terzo – A quali de’ miei parenti in Torino venisse affidata la mia adolescenza .... 25 Capitolo quarto – Continuazione di quei non-studi .................................................... 27 Capitolo quinto – Varie insulse vicende, su lo stesso andamento del precedente ................. 30 Capitolo sesto – Debolezza della mia complessione; infermità continue, ed incapacità d’ogni esercizio, e massimamente del ballo, e perché ........ 34 Capitolo settimo – Morte dello zio paterno. Liberazione mia prima. Ingresso nel Primo Appar tamento dell’Accademia ............................... 37 Capitolo ottavo – Ozio totale. Contrarietà incontrate, e fortemente sopportate ............. 42 Capitolo nono – Matrimonio della sorella. Reintegrazione del mio onore. Primo cavallo ...... 43 Capitolo decimo – Primo amoruccio. Primo viaggetto. Ingresso nelle truppe ................... 45 Epoca terza – Giovinezza. Abbraccia circa dieci anni di viaggi, e dissolutezze...................... 48 Capitolo primo – Primo viaggio. Milano, Firenze, Roma .......................................................... 48 Capitolo secondo – Continuazione dei viaggi, liberatomi anche dell’aio .............................. 52 Capitolo terzo – Proseguimento dei viaggi. Prima mia avarizia ....................................... 55 Capitolo quarto – Fine del viaggio d’Italia, e mio primo arrivo a Parigi .......................... 59 Capitolo quinto – Primo soggiorno in Parigi ... 62 Capitolo sesto – Viaggio in Inghilterra e in Olanda. Primo intoppo amoroso ................. 65 Capitolo settimo – Ripatriato per un mezz’anno, mi do agli studi filosofici ............................. 70 Capitolo ottavo – Secondo viaggio, per la Germania, la Danimarca e la Svezia ....................... 73 Capitolo nono – Proseguimento di viaggi. Russia, Prussia di bel nuovo, Spa, Olanda e Inghilterra 77 Capitolo decimo – Secondo fierissimo intoppo amoroso a Londra ....................................... 82 Capitolo undecimo – Disinganno orribile ....... 91 Capitolo duodecimo – Ripreso il viaggio in Olanda, Francia, Spagna, Portogallo, e ritorno in patria........................................................... 95 Capitolo decimoterzo – Poco dopo essere rimpatriato, incappo nella terza rete amorosa. Primi tentativi di poesia............................. 104 Capitolo decimoquarto – Malattia e ravvedimento 108 Capitolo decimoquinto – Liberazione vera. Primo sonetto ............................................ 112 Epoca quarta – Virilità. Abbraccia trenta e più anni di composizioni, traduzioni, e studi diversi  118 Capitolo primo – Ideate, e stese in prosa francese le due prime tragedie, il Filippo, e il Polinice. Intanto un diluvio di pessime rime ............ 118 Capitolo secondo – Rimessomi sotto il pedagogo a spiegare Orazio. Primo viaggio letterario in Toscana ................................................. 125 Capitolo terzo – Ostinazione negli studi più ingrati ....................................................... 131 Capitolo quarto – Secondo viaggio letterario in Toscana, macchiato di stolida pompa cavallina. Amicizia contratta col Gandellini. Lavori fatti o ideati in Siena............................................ 134 Capitolo quinto – Degno amore mi allaccia finalmente per sempre ............................... 139 Capitolo sesto – Donazione intera di tutto il mio alla sorella. Seconda avarizia ...................... 141 Capitolo settimo – Caldi studi in Firenze ...... 148 Capitolo ottavo – Accidente, per cui di nuovo rivedo Napoli, e Roma, dove mi fisso ........ 151 Capitolo nono – Studi ripresi ardentemente in Roma. Compimento delle quattordici prime tragedie ..................................................... 154
Vita di Vittorio Alfieri
sima impressione, lasciandomi per così dire un solco di armonia negli orecchi e nella imaginativa, ed agitandomi ogni più interna fibra, a tal segno che per più settimane io rimasi immerso in una malinconia straordinaria ma  non  dispiacevole;  dalla  quale  mi  ridondava  una  totale  svogliatezza  e nausea per quei miei soliti studi, ma nel tempo stesso un singolarissimo bollore d’idee fantastiche, dietro alle quali avrei potuto far dei versi se avessi saputo farli, ed esprimere dei vivissimi affetti, se non fossi stato ignoto a me stesso ed a chi dicea di educarmi. E fu questa la prima volta che un tale effetto cagionato in me dalla musica, mi si fece osservare, e mi restò lungamente impresso nella memoria, perch’egli fu assai maggiore d’ogni altro sentito prima. Ma andandomi poi ricordando dei miei carnovali, e di quelle recite dell’opera seria ch’io aveva sentite, e paragonandone gli effetti a quelli che ancora provo tuttavia, quando divezzatomi dal teatro ci ritorno dopo  un  certo  intervallo,  ritrovo  sempre  non  vi  essere  il  più  potente  e indomabile agitatore dell’animo, cuore, ed intelletto mio, di quel che lo siano i suoni tutti, e specialmente le voci di contralto e di donna. Nessuna cosa mi desta più affetti, e più vari, e terribili. E quasi tutte le mie tragedie sono state ideate da me o nell’atto del sentir musica, o poche ore dopo. Essendo scorso così il mio primo anno di studi nell’Università, nel quale si disse dai ripetitori (ed io non saprei né come né perché) aver io studiato assai bene, ottenni dallo zio di Cuneo la licenza di venirlo trovare in codesta città per quindici giorni nel mese d’agosto. Questo viaggetto, da Torino a Cuneo per quella fertilissima ridente pianura del bel Piemonte, essendo il secondo ch’io faceva da che era al mondo, mi dilettò, e giovò moltissimo alla salute, perché l’aria aperta ed il moto mi sono sempre stati elementi di vita. Ma il piacere di questo viaggio mi venne pure amareggiato non poco dall’esser costretto di farlo coi vetturini a passo a passo, io, che quattro o cinque anni prima, alla mia prima uscita di casa, aveva così rapidamente percorso quelle cinque poste che stanno tra Asti e Torino. Onde, mi pareva di essere tornato indietro invecchiando, e mi teneva molto avvilito di quella ignobile e gelida tardezza del passo d’asino di cui si andava; onde all’entrare in Carignano, Racconigi, Savigliano, ed in ogni anche minimo borguzzo, io mi rintuzzava ben dentro nel più intimo del calessaccio, e chiudeva anche gli occhi per non vedere, né esser visto; quasi che tutti mi dovessero conoscere per quello che avea altre volte corsa la posta con tanto brio, e sbeffarmi ora come condannato a sì umiliante lentezza. Erano eglino in me questi moti il prodotto d’un animo caldo e sublime, oppure leggiero Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri
Primo amoruccio. Primo viaggetto. Ingresso nelle truppe. In una villeggiatura ch’io feci di circa un mese colla famiglia di due fratelli, che erano dei principali miei amici, e compagni di cavalcate, provai per la prima volta sotto aspetto non dubbio la forza d’amore per una loro cognata, moglie del loro fratello maggiore. Era questa signorina, una brunetta piena di brio, e di una certa protervia che mi facea grandissima forza. I sintomi di quella passione, di cui ho provato dappoi per altri oggetti così lungamente tutte  le vicende, si manifestarono in me allora nel seguente modo. Una malinconia profonda e ostinata; un ricercar sempre l’oggetto amato, e trovatolo appena, sfuggirlo; un non saper che le dire, se a caso mi ritrovava alcuni pochi momenti (non solo mai, che ciò non mi veniva fatto mai, essendo ella assai strettamente custodita dai suoceri) ma alquanto in disparte con essa; un correre poi dei giorni interi (dopo che si ritornò di villa) in ogni angolo della città, per vederla passare in tale o tal via, nelle passeggiate pubbliche del Valentino e Cittadella; un non poterla neppure udir nominare, non che parlar mai di essa; ed in somma tutti, ed alcuni più, quegli effetti sì dottamente e affettuosamente scolpiti dal nostro divino maestro di questa divina passione, il Petrarca. Effetti, che poche persone intendono,  e  pochissime  provano;  ma  a  quei  soli  pochissimi  è  concesso l’uscir dalla folla volgare in tutte le umane arti. Questa prima mia fiamma, che non ebbe mai conclusione nessuna, mi restò poi lungamente semiaccesa nel cuore, ed in tutti i miei lunghi viaggi fatti poi negli anni consecutivi, io sempre  senza  volerlo,  e  quasi  senza  avvedermene  l’avea  tacitamente  per norma intima d’ogni mio operare; come se una voce mi fosse andata gridando nel più segreto di esso: “Se tu acquisti tale, o tal pregio, tu potrai al ritorno tuo piacer maggiormente a costei; e cangiate le circostanze, potrai forse dar corpo a quest’ombra”. Nell’autunno dell’anno 1765 feci un viaggietto di dieci giorni a Genova col mio curatore; e fu la mia prima uscita dal paese. La vista del mare mi rapì veramente l’anima, e non mi poteva mai saziare di contemplarlo. Così pure la posizione magnifica e pittoresca di quella superba città, mi riscaldò molto la fantasia. E se io allora avessi saputa una qualche lingua, ed avessi avuti dei poeti per le mani, avrei certamente fatto dei versi; ma da quasi due anni io non apriva più nessun libro, eccettuati di radissimo alcuni romanzi francesi, e qualcuna delle prose di Voltaire, che mi dilettavano assai. Nel mio andare a Genova ebbi un sommo piacere di rivedere la maOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Vita di Vittorio Alfieri