adito

[à-di-to]
In sintesi
accesso, passaggio; occasione, possibilità
s.m.

1
Ingresso, accesso, entrata:questo corridoio dà a. alla sala da pranzo
|| Luogo attraverso il quale si passa, si entra:tutti gli aditi della piazza erano bloccati
SIN.passaggio, varco
2
estens.Facoltà, possibilità di entrare: l'a. al palcoscenico è consentito ai soli attori
3
fig.Opportunità: non sempre una laurea dà a. a un impiego sicuro
|| Occasione: il suo modo di fare dava a. ai più gravi sospetti

Citazioni
Così dopo gran pugna il buon Atlante A lo scudo fatal toglieva il velo, Ricorso estremo ne le dubbie cose; E abbagliati i cavalli e i cavallieri, Facendo a gli occhi de la destra schermo Lasciate l’arme al suol, cadean prostesi, Abbandonando l’ostinato arcione. Già intorno a te molta oziosa turba Di giovani s’aggira, e parte, e torna, Come a rosa sbucciante in sul mattino Ronzanti pecchie. Altri a gli esperti inchini E a le accorte parole assai più grato Ti fia de gli altri tutti, a cui matura Gioventude le gote orna di folta Gemina striscia, che il cammin del mento Segna a l’orecchio. Ah fuggi, incauta, il troppo Dolce periglio. Egli ne’ miei misteri Già troppo è dotto, ei sa l’ore diverse, Che al castaldo, ed al tempio, ed a Licori Sacre ha più d’un marito; ei le secrete, Non da profano piè trite, conosce Anguste scale, onde ai beati vassi Aditi de le mogli mattutine. Ivi è signor, fin che di nuovo giunto Seguace di Gradivo indi nol cacci, Che da l’Alpi a bear venne la ricca Di messi Insubria, e d’uomini sinceri; Senza cura, o timor, che il mal mentito Guascone inviso accento, onde cotanto In fine orecchio parigin s’offende, I titoli smentisca, e l’ampie case Che in Lutezia ei possiede, e le cagioni Ond’ei di Marte le abborrite insegne Prima seguì, per evitar la cieca Famosa falce, che trovò l’acuto Gallico ingegno, onde accorciar con arte
Poesie giovanili di Alessandro Manzoni
Aggiugnete di più; che probabilissimamente può essere che il movimento che fa la parte della Terra separata, mentre si riconduce al suo tutto, sia esso ancora circolare, come di già si e dichiarato: talché per tutti i rispetti, in quanto appartiene al presente caso, la mobilità sembra più accettabile che la quiete. Ora seguite, signor Simplicio, quello che resta. Fortifica l’autore l’instanza con additarci un altro assurdo, cioè che gli stessi movimenti convengano a nature sommamente diverse: ma l’osservazione ci insegna, l’operazioni e i moti di nature diverse esser diversi; e la ragione lo conferma, perché altrimenti non avremmo ingresso per conoscere e distinguer le nature, quando elle non avessero i lor moti ed operazioni che ci scorgessero alla cognizione delle sustanze. Io ho dua o tre volte osservato ne i discorsi di quest’autore, che per prova che la cosa stia nel tale e nel tal modo, e’ si serve del dire che in quel tal modo si accomoda alla nostra intelligenza, o che altrimenti non avremmo adito alla cognizione di questo o di quell’altro particolare, o che il criterio della filosofia si guasterebbe, quasi che la natura prima facesse il cervello a gli uomini, e poi disponesse le cose conforme alla capacità de’ loro intelletti. Ma io stimerei più presto, la natura aver fatte prima le cose a suo modo, e poi fabbricati i discorsi umani abili a poter capire (ma però con fatica grande) alcuna cosa de’ suoi segreti. Io son dell’istessa opinione. Ma dite, signor Simplicio: quali sono queste nature diverse, alle quali, contro all’osservazione ed alla ragione, il Copernico assegna moti ed operazioni medesime ? Eccole: l’acqua e l’aria (che pur sono nature diverse dalla terra), e tutte le cose che in tali elementi si trovano, aranno ciascheduna quei tre movimenti che il Copernico finge nel globo terrestre. E segue di dimostrar geometricamente come in via del Copernico una nugola che sia sospesa in aria, e che per lungo tempo ci soprastia al capo senza mutar luogo, bisogna necessariamente ch’ell’abbia tutti tre que’ movimenti che ha il globo terrestre: la dimostrazione è questa, e voi la potete legger da per voi, ch’io non la saprei riferir a mente. Io non istarò altrimenti a leggerla, anzi stimo superfluo l’avercela posta, perch’io son sicuro che nessuno de gli aderenti del moto della Terra glie la negherà. Però, ammessagli la dimostrazione, parliamo dell’instanza: la qual non mi pare che abbia molta forza di concluder nulla contro alla posizione del Copernico, avvengaché niente si deroga a quei moti e a quelle operazioni per i quali si viene in cognizione delle nature etc. Rispondetemi in grazia,  signor  Simplicio:  quelli  accidenti  ne’  quali  alcune  cose puntualissimamente convengono, ci posson eglin servire per farci conoscer le diverse nature di quelle tali cose ? Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo Galilei
Credessero o no, non me ne importava; e dovessi anche pagare quel capriccio a prezzo di sangue, aveva promesso e voleva mantenere. Infatti verso il cader del sole, pigliando argomento da un gran polverio che si vedeva sorgere rimpetto al convento dalla parte della montagna (ed erano forse mandre che scendevano), io e alcuni de’ miei compagni interessati alla scommessa, fingendoci sorpresi in una bettola vicina, corsimo fino alla prima scolta gridando che si avanzavano i Napoletani, e che dessero il segno mentre noi salivamo di gran fretta a Velletri ad ordinare il resto. In pochi momenti la piccola guarnigione fu pronta, perché il Carafa prevedendo simili casi aveva immaginato un’imboscata sul lato sinistro della strada, e non lasciò così che una sentinella o due intorno al monastero, divisando che l’era sempre a tempo a ritirarvisi, e che il grosso della legione scendendo intanto da Velletri avrebbe preso il nemico fra due fuochi. Mentr’egli disponeva così la sua piccola schiera in catena sopra certe colline coronate di cipressi e di lauri che fiancheggiavano la strada, e in mezzo ad essi attendeva a collocare i due cannoncelli colla solita antiveggenza ed operosità che non si riscontravano in altri che in lui, io e i miei compagni ridendo allegramente di quel parapiglia con un breve giro per la campagna ci ridussimo alla parte posteriore del convento dove l’orto combaciava quasi colla maremma. Essi stettero osservando; io scavalcai lievemente il muro; e via per mezzo all’orto dove i cavoli in semenza e il verziere abbruciato dal sole attestavano la non finita quaresima dei proscritti cappuccini. Quando fui giunto al fabbricato del convento, spiai le finestre e la porta per trovare un buco da entrarvi; ma era faccenda più disagevole di quanto m’avea figurato. Le finestre erano munite d’inferriate solidissime, e le porte d’imposte di acero che avrebbero resistito ad una catapulta. Mi trovava, come si dice, a Roma, e non potea veder il Papa. In quella vidi lì presso fra alcuni alberi una scala a piuoli che avea dovuto servire all’ortolano dei frati per dispiccar le pesche, e pensai che gli aditi del piano superiore non erano forse così gelosamente guardati come quelli del terreno. Adattai la scala e mi misi alla prova. Le imposte infatti della prima finestra che tentai, erano solamente accostate senza alcuna sicurtà di chiavacci e di sbarre. Le apersi pian piano, vidi ch’era una specie di guardaroba cambiata dal signor Ettore in armeria, e buttai dentro una gamba. Ma mentre stava per passar coll’altra, un romore uno scalpito un gridio udito poco lontano mi fece restar sospeso, così com’era, a cavalcione del davanzale. Sullo stesso muro da me scavalcato vidi sorgere un cappello a tre punte, indi
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
di porre il piè nella città, che mostra mi fea da lungi vaga, e in un pomposa, d’alti palagi e di superbe torri. Quand’ecco, a me di contro altr’uom venirne, più frettoloso assai: son d’uom che fugge i passi suoi; giovin l’aspetto; gli atti, arroganti, assoluti: ei di lontano con man mi accenna, ch’io gli sgombri il passo. Angustissimo il loco, ad uno appena adito dà: sul fiume alto scoscende il mal sentier per una parte; l’altra, irta d’ispidi dumi, assai fa schivo d’accostarvisi l’uomo. Il modo spiacque a me, libero nato, uso soltanto d’obbedire alle leggi; e a ceder solo ai più vecchi di me: m’inoltro io quindi. Ei, con voce terribile; “Ritratti, o ch’io...” mi grida. Ardo di sdegno allora: “Ritratti tu” gli replico. Già presso siam giunti: ei caccia un suo pugnal dal fianco, e su me corre: io non avea pugnale, ma cor; lo aspetto di piè fermo; ei giunge; io sottentro, il ricingo, e in men che il dico, l’atterro: invan dibattesi; il conficco con mie ginocchia al suol: sua destra afferro con ambe mani; ei freme indarno, io salda glie la rattengo, immota. Quando ei troppo debil si scorge al paragone, a finta mercede viene; io ‘l credo, il lascio; ei tosto a tradimento un colpo, qual qui il vedi, mi vibra; i panni squarcia; il colpo striscia: lieve è il dolor, ma troppa è l’ira: io cieco, di man gli strappo il rio pugnal;... trafitto nel sangue ei giace.
Merope di Vittorio Alfieri