accidia

[ac-cì-dia]
In sintesi
inerzia, indolenza, noia
← dal lat. tardo acidĭa(m) o acedĭa(m), che è dal gr. akēdía ‘negligenza’, comp. di a- priv. e kêdos ‘cura’.
1
FILOS Stato di inerzia generato da eccesso di solitudine e contemplazione e da cattiva disposizione della volontà
2
estens. Svogliatezza, indolenza, pigrizia || Uggia, tedio, malinconia
3
TEOL Pigrizia nell'operare il bene, che costituisce uno dei sette vizi capitali

Citazioni
Ninna nanna di Carlo V [LXXX] In Brusselle, a l’ostel, sola soletta, Di tre giovini sposi vedovetta, Sta Margherita d’Austria; e s’affretta Una camicia bianca ad agucchiare. 5 A lei da canto il nipotino in culla Con un magro levriero si trastulla: Ha le mascelle a guisa di maciulla, Cascante il labbro sotto; e infermo pare. Di maligna caligine velate Intorno a lui si volgono tre fate, E del mal di tre secoli beate Tessono intorno a lui questo cantare. — Salve, o fanciul da la faccia cagnazza: Salve, o figliuol di Giovanna la pazza: Salve, o pollone de la mista razza Che dee la terra cristiana aduggiare. La discordia de i sangui per tre rivi E il bulicame de i pensier cattivi E l’accidia de gl’impeti mal vivi Sale nel tuo cervello a fermentare. — Poi l’una: — Io son la furia di Borgogna Che nulla attinge e tutto il mondo agogna. Io trassi il Temerario con vergogna Nel toro d’Uri indomito a cozzare. 25 E boccon giacque, corpo dispogliato, Tra i ghiacciuoli d’un lago innominato. Questo l’augurio il simbolo ed il fato Che lo tuo regno segua in terra e in mare. — — La vertigine io son — quell’altra dice — Che tragge Max di pendice in pendice Per l’alpe del Tirolo: e l’infelice, Seguendo me, dismenta l’accattare.
Rime nuove di Giosue Carducci
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  4 ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Giovanni Boccaccio   Comedia delle ninfe fiorentine � Qui comincia la Comedia delle ninfe fiorentine I Però che gli accidenti varii, gli straboccamenti contrarii, gli exaltamenti non stabili di fortuna in continui momenti e in diversi disii l’anime vaghe de’ viventi rivolgono, adiviene che altri le sanguinose battaglie, alcuni le candidate vittorie e chi le paci togate e tali gli amorosi avvenimenti d’udire si dilettano. Molti gli affannosi pericoli di Cirro, di Persio, di Creso e d’altri ascoltano,  acciò  che,  per  quelli  non  sentendosi  primi  né  soli,  le  proprie angosce mitighino trapassando. Altri, con più superbo intendimento ne’ beni amplissimi fortunali, le inestimabili imprese di Serse, le ricchezze di Dario, le liberalità d’Alexandro e di Cesare i prosperi avvenimenti con continua lettura sentendo, acciò che di più alto luogo caggiano, l’umili cose schifando, all’alte di salir s’argomentano. E alcuni sono che, dal biforme figliuolo feriti di Citerea, chi per conforto e qual per diletto cercando gli antichi amori, un’altra volta col concupiscevole cuore transfugano Elena, raccendono Didone, con Isifile piangono e ingannano con sollicita cura Medea. Ma però che il piangere accompagnato non rilieva il caduto, né gli si può per indugio tor tempo, né le memorie delle felicità passate gli exaltati sostengono,  ma  bene  i  passati  amori  leggendo  con  più  piacere  i  nuovi raccendono, adunque, ad Amore solo con debita contemplazione seguitare, in una ho raccolte le sparte cure, i cui effetti se con discreta mente saranno pensati,  non  troverrò  chi  biasimi  quel  ch’io  lodo.  Questi,  che  le  divine saette tempera nell’acque di Citera, pietoso de’ suoi suggetti, sospiri a quelli di  Rainusia  contrarii  tira  de’  caldi  petti;  però  che,  sì  come  quelli  da sollicitudine avversa, così da disiata e sperata letizia insieme procedon questi; e, come gli altri d’accidiosa freddezza, così i suoi d’amorosa caldezza son testimonii.  Questi,  del  ben  vivere  umano  maestro  e  regola,  purga  di negligenzia, di viltà, di durezza e d’avarizia li cuori de’ suoi seguaci; e loro esperti, magnanimi e liberali e d’ogni piacevolezza dipinti rendendo con vigilante cura, se lui con diritto passo seguitando perseverano, a’ raggi della sua stella perduce con lieto fine; e i suoi exaltamenti, da umiltà regolata guidati, tolgono paura di cadere agli exaltati. Che più di costui, le molte lode in poche parole strignendo, diremo, se non che i suoi effetti tengono in moto continuo li piacevoli cieli, dando etterna legge alle stelle e ne’ viventi potenziata forza di bene operare? I quali, se uditi da Creso nel fuoco o da Cirro nel sangue o nella povertà da Codro o nelle tenebre da Edippo, piaceranno.  E  Marte,  ascoltandoli,  o  darà  all’arme  quiete  o  più  ferventi
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
certissimo indizio; e le sue guance, per crespezza ruvide, e la fronte rugosa e la barba grossa e prolissa, né più né meno pugnente che le penne d’uno istrice, più certa me ne rendono assai. Egli ha ancora, che più mi spiace, gli occhi più rossi che bianchi, nascosi sotto grottose ciglia, folte di lunghi peli; e continuo son lagrimosi. Le labbra sue sono come quelle dell’orecchiuto asino pendule e sanza alcuno colore, palide, danti luogo alla vista de’ male composti e logori e gialli, anzi più tosto rugginosi, e fracidi denti, de’ quali il numero in molte parti si vede scemo; e il sottile collo né osso né vena nasconde, anzi, tremante spesso con tutto il capo, muove le vizze parti. E così le braccia deboli e il secco petto e le callose mani e il già vòto corpo, con quanto poi séguita, alle parti predette rispondono con proporzione più dannabile. E nel suo andare continuamente curvo, la terra rimira, la quale credo contempli lui tosto dovere ricevere: e ora l’avesse ella già ricevuto, però che sua ragione gli ha di molti anni levata. “A costui mi concessero i fati, il quale lieto mi raccolse nelle sue case; dove io ancora dimorante alcuna volta con lui, nella tacita notte, delle quali mai niuna con esso, quanto che Febo si lontani alla terra, vi sento corta, istanti nel morbido letto, me raccoglie nelle sue braccia e di non piacevole peso prieme il candido collo. E poi che egli ha molte volte con la fetida bocca non baciata ma scombavata la mia, con le tremanti mani tasta i vaghi pomi, e quindi le muove a ciascuna parte del mio male arrivato corpo, e con mormorii ne’ miei orecchi sonevoli male, mi porge lusinghe, e freddissimo si crede me di sé accendere con cotali atti: là dove io più tosto di lui accendo l’animo che ’l misero corpo. O ninfe, abbiate ora compassione alle mie noie! Poi che egli ha gran parte della notte tirata con queste ciance, gli orti di Venere invano si fatica di cultivare; e cercante con vecchio bomere fendere la terra di quelli disiderante i graziosi semi, lavora indarno: però che quello, dalla antichità roso, come la lenta salice la sua aguta parte volgendo  in  cerchio,  nel  sodo  maggese  il  debito  uficio  recusa  d’adoperare. Onde elli, vinto, alquanto si posa, e quindi alla seconda fatica e alla terza appresso e poi a molte invano risurge con l’animo; e con diversi atti s’ingegna di recare ad effetto ciò che per lui non è possibile di compiersi; e per questo modo la notte tutta di spiacevoli ruzzamenti e di sconvenevoli atti, sanza sonno, accidiosa mi fa trapassare. Egli, col capo vòto d’umidità, contento di poco sonno, con nuovi ragionamenti, sanza dormire, invita mi tiene. Egli mi racconta i tempi della sua giovanezza e come egli a molte
Comedia delle ninfe fiorentine di Giovanni Boccaccio
nostri successori d’onorarne alcuna altra bisogni d’entrare in fatica; per ciò che l’orme di quelle che la reina degli angeli seguitarono, sono ricoperte; e le nostre femine di grado hanno il cammino smarrito, né vorrebbero già che fosse loro rinsegnato; e, se pure alcuno, predicando, se ne fatica, cosí alle sue parole gli orecchi chiudono come l’aspido al suono dello incantatore. Ora  io  non  t’ho  detto  quanto  questa  perversa  moltitudine  sia gulosa, ritrosa, ambiziosa, invidiosa, accidiosa, e delira; né quanto ella nel farsi servire sia imperiosa, noiosa, vezzosa, stomacosa e importuna; né altre cose assai le quali, molte più e più dispiacevoli che le narrate, se ne potrebbono contare non intendo al presente di dirleti, ché troppo sarebbe lunga la istoria. Ma per quello ch’è detto, dèi tu assai ben comprendere  chenti  esse  universalmente  sieno  e  in  quanto  cieca  prigione caggia, e dolorosa, chi sotto lo ’mperio loro cade per qual che si sia la cagione. Parmi essere molto certo che, se mai ad alcune perverrà agli orecchi la verità della loro malizia e de’ loro difetti da me dimostrati, che esse incontanente non a riconoscersi, né a vergognarsi d’essere da altrui conosciute e ad ogni forza e ’ngegno di divenire migliori, come dovrebbono, rifuggiranno; ma, come usate sono, pure al peggio n’andranno correndo; e diranno me queste cose dire, non come veritiero, ma  come  uomo  al  quale,  per  ciò  che  altra  spezie  piacque,  esse dispiacquono.  Ma  volesse  Iddio  che  non  altramente  che  quello abominevol peccato mi piacque, esse mi fossero piaciute già mai; per ciò  che  io  arei  assai  tempo  acquistato  di  quello  che  io  dietro  ad  esse perdei; e nel mondo là, dov’io sono, assai minore tormento sofferrei che quello ch’io sostengo. Ma vegniamo ad altro. Dovevanti ancora gli studi tuoi dimostrare chi  tu  medesimo  sii,  quando  il  naturale  conoscimento  mostrato  non  te l’avesse, e ricordarti e dichiararti che tu se’ uomo fatto alla imagine e alla similitudine di Dio, animale perfetto, e nato a signoreggiare, e non ad esser signoreggiato. La qual cosa nel nostro primo padre ottimamente dimostrò Colui, il quale poco davanti l’avea creato, mettendogli tutti gli altri animali dinanzi  e  faccendoglieli  nomare  e  alla  sua  signoria  sopponendoli;  il simigliante appresso faccendo di quella una e sola femina ch’era al mondo, la  cui  gola  e  la  cui  disubbidienza  e  le  cui  persuasioni  furono  di  tutte  le nostre miserie cagione e origine. Il quale ordine l’antichità ottimamente servò e ancora serva il mondo presente ne’ papati, negl’imperi, ne’ reami,
Corbaccio di Giovanni Boccaccio
v’abbiamo? Certo noi eravamo tutti in pensiero di voi. A cui Florio faccendo grandissima festa disse: — In verità io sono stato, e Ascalion con meco, in un bellissimo giardino con donne e con piacevoli damigelle in amorosa festa tutto questo giorno. — Ciò mi piace — disse il duca, — e questa è la vita che i valorosi giovani innamorati deono menare, e non darsi in su gli accidiosi pensieri, consumandosi e perdendo il tempo sanza utilità alcuna. 76 Il re Felice, che con altro cuore avea Biancofiore da Florio ricevuta che il viso non mostrava, la menò alla reina, e disse: — Donna, te, ecco la tua Biancofiore, la cui morte agl’iddi non è piaciuta. Guardala e siati cara, poi che i fati l’aiutano: forse che essi serbano costei a maggior fatti che noi non veggiamo.—La reina con lieto viso e animo la prese, contenta molto che diliberata era da quella morte; e fattole grandissimo onore e festa, e rivestitala di reali vestimenti, con lei insieme visitò tutti i templi di Marmorina, rendendo debite grazie e faccendo divoti sacrifici a ciascuno iddio o dea che da tal pericolo campata l’aveano. E così, avanti che al real palagio tornassero, niuno iddio sanza sacrifici rimase, se non Diana, la quale ignorantemente dimenticata aveano. Ma ritornati a’ palagi, Biancofiore in quella benivolenza e grazia ritornò del re e della reina, e di tutti, che mai era stata, ognora in meglio accrescendo, con loro non mostrando che di ciò che ricevuto avea ingiustamente si curasse o ne portasse animo ad alcuno, ma ancora, sanza farne alcuna menzione o ricordanza, pianamente e benignamente si passava con tutti.
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
puerizia fu Biancofiore amata da me: del quale amore non prima il mio padre s’avvide, che sotto scusa di mandarmi a studiare, mandandomi a Montoro, da lei mi dilungò, pensando che per lontanarmi ella si partisse del cuore, dove con catena da non potere mai sciogliere la legò amore in quell’ora ch’ella prima mi piacque. E questo non bastandogli, acciò che più intero il suo iniquo volere fornisse, lei a morte falsamente fece condannare: ma gl’iddi che le mal fatte cose non sostengono, prestandomi il loro aiuto, fecero sì che io di tal pericolo la liberai. Della qual cosa il mio padre dolente, dopo lungo indugio vedete quello che egli ha fatto: che egli lei, sì come vilissima serva, ha a’ mercatanti venduta, e mandatala non so in che parti. E perché questo non pervenisse a’ miei orecchi, falsamente mostrò che Biancofiore di subita infermità morta fosse, un’altra giovane morta in forma di lei sotterrando: della qual cosa io sono sanza fine turbato. E certo, se licito fosse di mostrare la mia ira contro al mio padre e alla mia madre, io non credo che mai di tale accidente tale vendetta fosse presa quale io prenderei! Ma non m’è licito, e dubito che gl’iddi ver me non se ne crucciassero. Ora è mio intendimento di già mai non riposare, infino a tanto che colei cui io più che altra cosa amo, ritrovata avrò. Ciascun clima sarà da me cercato, e niuna nazione rimarrà sotto le stelle la quale io non cerchi. Io sono certo che in quale che parte ella sia, se non vi perverremo, la fama della sua gran bellezza cel manifesterà, né ci si potrà occultare. Quivi, o per amore o per ingegno o per denari o per forza intendo di rivolerla. E perciò ho io fatti chiamare voi, sì come a me più cari, per caramente pregarvi che della vostra compagnia mi sovegnate, e meco insieme volontario essilio prendiate e massimamente te, o Ascalion, le cui tempie già per molti anni bianchissime, più riposo che affanno domandano, acciò che sì come padre e duca e maestro ci si, però che tutti siamo giovani, e niuno mai fuori de’ nostri paesi uscì, e il cercare i non conosciuti luoghi sanza guida ci saria duro. Né ti spiaccia la nostra giovane compagnia, però che come figliuolo i tuoi passi divotamente seguirò. E in verità questo, di che io e te e gli altri priego il mio partire di qui, credo che degl’iddi sia piacere acciò che i miei giovani anni non si perdano in accidiose dimoranze: con ciò sia cosa che noi non ci nascessimo per vivere come bruti, ma per seguire virtù, la quale ha potenza di fare con volante fama le memorie degli uomini etterne, così come le nostre anime sono. Adunque voi ancora come me giovani, non vi
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
ciascuno uomo ne’ suoi sonni vede mirabili cose e impossibili e strane, dalle quali poi isviluppato si maraviglia, ma conoscendo i principi onde muovono, quelle sanza alcun pensiero lascia andare: e però quelle cose che ne conti che vedute hai, sì come vane, nella loro vanità le lascia passare. E poi che il tempo si rallegra, e de’ nostri disideri lieto indizio ci dimostra, e noi similmente ci rallegriamo; andiamo e la piacevole aere su per li salati liti prendiamo: e ragionando, del nostro futuro viaggio ci proveggiamo passando tempo. Così Filocolo col duca e con Parmenione e con gli altri compagni si mosse, e con lento passo, di diverse cose parlando, verso quella parte ove le reverende ceneri dell’altissimo poeta Maro si posano, dirizzano il loro andare. I quali non furono così parlando guari dalla città dilungati, che essi pervenuti allato ad un giardino, udirono in esso graziosa festa di giovani e di donne. E l’aere di vari strumenti e di quasi angeliche voci ripercossa risonava tutta, entrando con dolce diletto a’ cuori di coloro a’ cui orecchi così riverberata venia: i quali canti a Filocolo piacque di stare alquanto a udire, acciò che la preterita malinconia, mitigandosi per la dolcezza del canto, andasse via. Ristette adunque ad ascoltare: e mentre che la fortuna così lui e i compagni fuori del giardino tenea ad ascoltare sospesi, un giovane uscì di quello, e videli, e nell’aspetto nobilissimi e uomini da riverire gli conobbe. Per che ƒegli sanza indugio tornato a’ compagni, disse: — Venite, onoriamo alquanti giovani, ne’ sembianti gentili e di grande essere, i quali, forse vergognandosi di passare qua entro sanza essere chiamati, dimorano di fuori ascoltando i nostri canti. Lasciarono adunque i compagni di costui le donne alla loro festa, e usciti del giardino se ne vennero a Filocolo, il quale nel viso conobbero di tutti il maggiore, e a lui, con quella reverenza che essi avevano già negli animi compresa che si convenisse, parlarono, pregandolo che in onore e accrescimento della loro festa gli piacesse co’ suoi compagni passare con loro nel giardino, con più prieghi sopra questo strignendolo che esso loro questa grazia non negasse. Legarono i dolci prieghi l’animo gentile di Filocolo, e non meno quello de’ compagni; e così a’ preganti fu da Filocolo risposto: — Amici, in verità tal festa da noi cercata non era, né similemente fuggita, ma sì come naufragi gittati ne’ vostri porti, per fuggire gli accidiosi 268 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
l’animo sì che egli non possa discernere il vero: dunque, passata quella, con discrezione procedi sopra quello per che t’adirasti. E ben che talora sia fallo che aspra vendetta meriti, mitiga i tormenti, e dove si conviene perdona volentieri: egli è a’ signori gran gloria l’avere perdonato. Né ti muova invidia a dolerti degli altrui beni: ella suole, mostrando gli altrui regni più che i suoi uberosi, fare sanza utilità dolere altrui de’ beni del prossimo, e per consequente disiderare la sua ruina: e di quella, s’avviene, far lieto altrui. Oh, che iniqua letizia è questa, e quanto da fuggire, con ciò sia cosa che le vie della fortuna sieno molte e varie, e strabocchevoli i suoi movimenti! Tale rise già degli altrui danni, che de’ suoi dopo picciol tempo pianse, e funne riso. Dolersi con giusto animo delle altrui calamità non fu mai male. Rallegrati adunque degli altrui beni, e di quelli che tu possiedi ringrazia Iddio. E l’avarizia, divoratrice e insaziabile male, del tutto da te fa che lontana sia: più che tu abbia non t’è di necessità disiare. I termini del tuo regno gran circuito occupano, i quali, se tu me ne crederai, d’ampliarli non entrerai in sollecitudine: spesse volte, per avere l’uomo più che si convegna, quello che convenevolemente avea, ha perduto. Né ti metta costei in disiderio di ragunar tesori, i quali amara sollecitudine sono dell’uomo, e per quelli multiplicare in alto monte, far fare forze a quelli i quali più tosto per la loro vita poter governare ne bisognerebbono, che esser loro tolti quelli che hanno. Dispettevole cosa è nel prencipe l’avarizia, la quale ove dimora conviene che giustizia se ne parta. Grandi furono i miei tesori, né quelli vivendo ho spesi, né ora morendo mi possono un’ora di vita accrescere né seguirmi. Si adunque liberale, e con retto giudicio e onesto volere liberamente dona, e quelli co’ tuoi suggetti, non dimenticando gl’indigenti, godi: e guardati non forse tanto liberale essere disideri, che tu in prodigalità cadessi, la quale a non meno mali altrui conduce che l’avarizia. Guardati similemente che l’animo accidia non ti occupi, la quale in pensieri suole altrui mettere molto sconci, e per consequente alle operazioni: ella fa gli uomini molli e miseri di cuore, e pigri alli loro beni, le quali cose in signore né in alcuno altro sono in alcuna maniera da consentire. La faccia del prencipe dee essere lieta nel cospetto del popolo suo; e nelle convenevoli imprese dee essere magnanimo, e fuggire, essercitandosi, i vili e disonesti pensieri: la qual cosa e tu similmente fa. Sia il tuo essercizio continuo e studi nelle virtù e nel ben vivere de’ tuoi suggetti, le cui utilità e riposi più che le tue medesime dei pensare. Sia il tuo studio in tenergli in uno amore, in una pace e unità, Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Il Filocolo di Giovanni Boccaccio
quali sconce maniere si voglion fuggire come noiose all’udire e al vedere. Anzi dee l’uomo costumato astenersi dal molto sbadigliare, oltre le predette cose,  ancora  perciocché  pare  che  venga  da  un  cotal  rincrescimento  e  da tedio, e che colui che così spesso sbadiglia amerebbe di esser più tosto in altra parte che quivi, e che la brigata ove egli è ed i ragionamenti ed i modi loro gli rincrescano. E certo, comeché l’uomo sia il più del tempo acconcio a sbadigliare, nondimeno, se egli è soprappreso da alcun diletto o da alcun pensiero, egli non ha a mente di farlo ma, scioperato essendo e accidioso, facilmente se ne ricorda: e perciò, quando altri sbadiglia colà dove siano persone ociose e senza pensiero, tutti gli altri, come tu puoi aver veduto far molte  volte,  risbadigliano  incontinente,  quasi  colui  abbia  loro  ridotto  a memoria quello che eglino arebbono prima fatto, se essi se ne fossino ricordati. Ed ho io sentito molte volte dire a savi letterati che tanto viene a dire in latino sbadigliante quanto neghittoso e trascurato. Vuolsi adunque fuggire questo costume, spiacevole, come io ho detto, agli occhi ed all’udire ed allo appetito; perciocché usandolo non solo facciamo segno che la compagnia con la qual dimoriamo ci sia poco a grado, ma diamo ancora alcun indicio  cattivo  di  noi  medesimi,  cioè  di  avere  addormentato  animo  e sonnacchioso; la qual cosa ci rende poco amabili a coloro co’ quali usiamo. Non si vuole anco, soffiato che tu ti sarai il naso, aprire il moccichino e guatarvi entro come se perle o rubini ti dovessero esser discesi dal cèlabro: che sono stomachevoli modi ed atti a fare, non che altri ci ami, ma che, se alcuno ci amasse, si disinnamori; sì come testimonia lo spirito del Labirinto, chi che egli si fosse; il quale, per ispegnere l’amore onde messer Giovanni Boccaccio ardea di quella sua male da lui conosciuta donna, gli racconta come ella covava la cenere sedendosi in su le calcagna, e tossiva ed isputava farfalloni. Sconvenevol costume è anco, quando alcuno mette il naso in sul bicchier del vino che altri ha a bere, o su la vivanda che altri dee mangiare, per cagion di fiutarla; anzi non vorre’ io che egli fiutasse pur quello che egli stesso dee bersi o mangiarsi, posciaché dal naso possono cader di quelle cose che l’uomo have a schifo, eziandio che allora non caggino. Né per mio consiglio  porgerai  tu  a  bere  altrui  quel  bicchier  di  vino  al  quale  tu  arai posto bocca ed assaggiatolo, salvo se egli non fosse teco più che domestico. E molto meno si dee porgere pera o altro frutto nel quale tu arai dato di morso.  E  non  guardare  perché  le  sopraddette  cose  ti  paiano  di  picciolo momento; perciocché anco le leggeri percosse,  se elle sono molte, sogliono uccidere. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Galateo di Giovanni Della Casa
contemplava quel loco: e in quello io sento sonare una zampogna dolcemente, tal che  sonator balla l’armento. 35 Alla dolce ombra, a quel liquor corrente venìa per meriggiare et, me veggiendo, nuovo stupore li venne nella mente. Fermossi alquanto et poi, pur riprendendo il perso ardire, con pastoral saluto mi salutò; poi cominciò dicendo: 40 “Dimi, per qual cagione se qui venuto? Perché e theatri e gran palazi e templi lasci, e l’aspro sentier t’è più piaciuto? Deh, dimi, in questi boschi or che contempli? le pompe, le ricchezze et le delitie forse vuoi prezar più pe’ nostri exempli?”. Et io a·llui: “Io non so qual divitie et quali honori sieno più suavi et dulci che questi, fuori delle civili malitie. 50 Tra voi lieti pastori, tra voi bubulci odio non regna alcuno o rea perfidia, né nasce ambitione per questi sulci. El ben qui si possiede sanza invidia; vostra avaritia ha picola radice, contenti state nella vostra accidia. 55 Qui una per un’altra non si dice, né è la lingua al proprio core contraria, che quel, che hoggi il fa meglio, è più felice. Né credo ch’egli advenga in sì pura aria che ‘l cor sospiri et fuor la bocca rida, che più saggio è chi ‘l vero più copre et varia.
Poemetti in terzine di Lorenzo de Medici
ti prenda e vegga ovunque una si volti. Con queste, Invidia, Accidia e Odio vanno de la lor peste riempiendo il mondo, e con lor Crudeltà, Superbia e Inganno. Da queste Concordia è cacciata al fondo; e, per mostrar la lor voglia infinita, portano in mano una urna sanza fondo. Per costor la quieta e dolce vita, di che l’albergo di Adam era pieno, si fu, con Pace e Carità, fuggita. Queste del lor pestifero veneno, contr’al suo buon fratel, Cain armaro, empiendogliene il grembo, il petto e ‘l seno. E loro alta potenzia demostraro  poi che posserno far ne’ primi tempi un petto ambizioso, un petto avaro, quando gli uomin vivieno e nudi e scempi d’ogni fortuna, e quando ancor non era di povertà e di ricchezze esempi. O mente umana insaziabil, altera, subdola e varia, e sopra ogni altra cosa maligna, iniqua, impetuosa e fera, poi che, per la tua voglia ambiziosa, si fe’ la prima morte violenta  nel mondo, e la prima erba sanguinosa! Cresciuta poi questa mala sementa, multiplicata la cagion del male, non c’è ragion che di mal far si penta. Di qui nasce ch’un scende e l’altro sale; di qui dipende, sanza legge o patto, Il variar d’ogni stato mortale. Questa ha di Francia il re più volte tratto; questa del re Alfonso e Lodovico e di san Marco ha lo stato disfatto. Né sol quel che di bene ha il suo nimico, ma quel che pare (e così sempre fue il mondo fatto, moderno e antico) ogni uom stima, ogni uom spera piue
I Capitoli di Niccolo Machiavelli
Per  non  parere  ipocrita,  ti  dico  che  ponno  più  due  meluzze  che  quanti filosofi, strologi, archimisti e nigromanti fur mai; e ho provato quante erbe hanno  duo  prati  e  quante  parole  hanno  diece  mercati,  e  non  potei  mai movere un dito di cuore ad uno che non si può dire: e con un girar di chiappettine lo feci immattire così bestialmente di me, che se ne stupiva ogni bordello: che sendo avezzi a veder tutto il dì cose nuove, non si sogliono maravigliar di nulla. Guarda guarda dove stanno i segreti dello incantare! Egli stanno nel sesso; e il sesso ha la medesima forza a cavare i denari degli stinchi, che hanno i denari di cavare il sesso dei monesteri. Se il sedere ha tanta forza quanto ne hanno i denari, il sedere è più valente che non fu Roncisvalle, che ammazzò tutti i paladini. Più valente per certo; ma seguiàno il nostro ragionare, e scrive questa astuzietta che importa assai. Io aveva uno amico collerico come un liberale che non ha da spendere; e salendogli la mosca sul naso al primo, non si poteva tenere, per ogni cosa che non gli piacesse, di non dirmi villania; e passatagli la furia, mi si inginocchiava ai piedi con le braccia in croce chiedendomi perdonanza: e la gentilezza mia gli dava la penitenza nella borsa. E vedendo che usciva di bello, lo feci venire in tanta disperazione con levarmigli da lato e gire a darme a uno suo rivale, che me ne diede parecchi; e ritornato in buone, credendosi di non placarmi mai più, perché io fingeva di non volerne udir mai più niente, mi spartì mezzo il suo e così ebbe la pace da me. Tu facevi seco come un poltrone che si ha fatto dar il mallevadore di non essere offeso, che fa ciò che puote al suo aversario per cavargli duo pugni delle mani onde caggia nella pena. A punto era uno di quelli. Ah! ah! ah! Mi gavazzo meco stessa pensando al predicatore che ha fatto sette peccati mortali fra tutte le genti del mondo; e la più trista puttana che viva ne ha cento: or considera quanti ne ha una di quelle che per coprire il suo altare scopre mille chiese altrui. Antonia, la gola, la ira, la superbia, la invidia, la accidia e la avarizia nacquero il dì che nacque il puttanesimo; e se brami intendere come divora una puttana, informatene con i conviti; se tu vòi sapere con che rabbia si adira una puttana, dimandane il padre e la madre di Ogni-santi: sappi che se potessero, abbisseriano il mondo in manco tempo che lo fece messer Domenedio. Mala cosa. La superbia di una puttana avanza quella di un villano rivestito; la invidia di una puttana è divoratrice di se medesima, come il mal francioso di chi lo ha nelle ossa... Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Ragionamento di Pietro Aretino