abbrancare

[ab-bran-cà-re]
In sintesi
afferrare, stringere con forza; appigliarsi con forza
← lat. prehendĕre e prendĕre.
v.rifl.

abbrancàrsi Mettersi in un branco, formare un branco

Citazioni
E lo conobbe ognuno quando, abbrancati i lor ginocchi, sorse inginocchioni, e gli grondava il sangue giù per il mento dalle labbra e il naso.
Poemi conviviali di Giovanni Pascoli
E abbrancatosi il cappelluccio lo buttò a terra con disprezzo e vi sputò sopra.
Vagabondaggio di Giovanni Verga
Il meglio era appostar colà due uomini fidati e robusti che abbrancassero uno per uno i due frati mano a mano che passavano e li imbavagliassero e li legassero a dovere.
Le Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo
eran cento, eran trecento, eran mille; tutti capi da galera, il miglior de’ quali era fuggito al capestro per indulgenza del boia. Se gridavan al contrabbando, si era per trovar pretesto ad un saccheggio; a udirli urlare e cantare sulla piazza dovevan esser ubbriachi fradici, dunque non bisognava aspettarsi da essoloro né ragionevolezza né remissione. Il resto della compagnia faceva tanto d’occhi a questi ragionamenti; e peggio poi quando alcuna delle scolte veniva a riferire di qualche romore udito, di qualche movimento osservato nelle vicinanze del castello. Lucilio, dopo fatta una visita alla vecchia Contessa e aver coonestato anche lui con una panchiana l’assenza della Clara, era tornato a confortare quei poveri diavoli. Scrisse allora e fece firmare dal Conte una lunga e pressantissima lettera al Vice-capitano di Portogruaro, e domandò licenza alla compagnia d’andar egli stesso in persona a portarla. Misericordia! non lo avesse mai detto! La Contessa gli si gettò quasi ginocchione dinanzi; il Conte lo abbrancò pel vestito così furiosamente che gliene strappò quasi una falda; i canonici, la cuoca, le guattere, i servitori lo attorniarono d’ogni lato come ad impedirgli d’uscire. E tutti con occhiate con gesti con monosillabi o con parole s’ingegnavano di fargli capire che partir lui era lo stesso che volerli privare dell’ultima lusinga di salute. Lucilio pensò a Clara, e pur decise di rimanere. Tuttavia si richiedeva alcuno che s’incaricasse della lettera, e di nuovo gettarono gli occhi sopra di me. Giovandomi della confusione generale, io era sempre stato nella camera della Pisana sopportando i suoi rimbrotti per la fazione extra murosdi cui io l’aveva defraudata. Ma appena mi chiamarono ebbi l’accortezza e la fortuna di farmi trovar sulla scala. M’empirono il capo d’istruzioni e di raccomandazioni, mi cucirono nella giacchetta il piego, mi imbarcarono sulla solita tavola, ed eccomi per la seconda volta impegnato in una missione diplomatica. Sonavano allora per l’appunto le dieci ore di notte, e la luna mi dava negli occhi con poca modestia; due cose che mi davano qualche fastidio, la prima per le streghe e le stregherie raccontatemi da Marchetto, la seconda per la facilità che ne proveniva di poter essere osservato. Con tutto ciò ebbi la fortuna di giungere sano e salvo sui prati. Tremava un pocolino dapprincipio; ma mi rassicurai strada faccendo, e nell’entrar al mulino, come volevano le mie istruzioni, assunsi una cert’aria d’importanza che mi fece onore. Rassicurai la contessina Clara e risposi con garbo a tutte le sue interrogazioni; indi detto alla Marianna che l’andasse a svegliare il maggiore de’ suoi figliuoli, approfittai della sua assenza per istracciare la fodera della giacchetta; e cavata-
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo