abborracciare

[ab-bor-rac-cià-re]
In sintesi
improvvisare malamente, raffazzonare
← etimo incerto; forse accostabile a borra.
v.tr.

(abborràccio, -ci, abborràcciano; abborracciànte; abborracciàto) Fare qualcosa alla peggio, in fretta, senza impegno: a. un lavoro, uno scritto

Citazioni
spensierata e burbanzosa, tantoché lo schiaffo del povero Ascanio poteva anche credersi non meritato. Tuttavia quelle due persone così diverse e compenetrate in una sola pensavano, parlavano, operavano coll’uguale sincerità, cadauna nel suo giro di tempo. La prima, ne son sicuro, avrebbe disprezzato la seconda, come la seconda non si ricordava guari della prima; e così vivevano fra loro in buonissima armonia come il sole e la luna. Ma il caso più strano si era il mio, che mi trovava innamorato di tutte due non sapendo a cui dare la preferenza. L’una per copia di vita, per altezza di sentimenti, per facondia di parola, l’altra per tenerezza, per confidenza, per avvenenza mi portava via il cuore: insomma, o a dritto o a ragione era innamorato fradicio; ma ognuno de’ miei lettori trovandosi nei miei panni sarebbe stato altrettanto. Soltanto quelle due brune pupille che mi guardavano tra supplici pietose e spaventate di mezzo alle sopracciglia, lasciando arieggiare sotto esse il bianco azzurrognolo dell’occhio, avrebbero vinto la causa. Senza contare il resto, che ce n’era da far belle una dozzina di morlacche. D’altronde, se quella parte tragica sostenuta con tanta veemenza dalla Pisana mi dava soggezione, ci aveva  anche  argomenti  da  consolarmene.  Era  effetto  di  troppe  letture abborracciate avidamente in un cervello volubile e impetuoso; quel fuoco di paglia si sarebbe svampato; sarebbe rimasta quella scintilla di generosità che l’aveva acceso, e con essa io vivrei di buonissimo accordo, come una mia antica conoscenza che la era. Di più la sfogata eloquenza e la pompa classica di quelle parlate mi assicuravano ch’ella sarebbe stata un bel pezzo senza batter becco. Così si argomentava durante la sua infanzia; e sovente la Faustina, per consolarsi d’una domenica irrequieta e rabbiosa, diceva fra sé: «Oggi la signorina ha la lingua fuori dei denti, e il pepe nel sangue! Buon per noi che ci lascerà in pace per tutto il resto della settimana!» Infatti così avveniva. Né io ebbi a sbagliar mai anche più tardi, mettendo in opera il ragionamento della Faustina. Io risposi adunque di tutto cuore alla Pisana che la era la benvenuta in mia casa; e fattole prima osservare il grave passo che la arrischiava, ed il danno che massime nella riputazione le ne poteva derivare, vedendola ciononostante ferma nel suo proposito, mi limitai a dirle che la era dessa la padrona di sé, di me, e delle cose mie. La conosceva troppo per credere che ella si sarebbe ritratta dalle sue idee per le mie obbiezioni; fors’anco l’amava troppo per tentarlo, ma questo è null’altro che un dubbio, non già una confessione. Accettato ch’io ebbi così all’ingrosso e senza tanti scrupoli il suo disegno, si
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo