abboccamento

[ab-boc-ca-mén-to]
In sintesi
incontro per questioni importanti; colloquio riservato
← deriv. di abboccare.
1
Colloquio tra due o più persone per discutere, prendere accordi, trattare affari: chiedere, fissare, concedere un a.
2
MED Collegamento chirurgico di due organi cavi
3
TECN Accostamento delle estremità di due elementi cavi

Citazioni
monte d’imbrogli, s’era messa la confusione e l’incertezza in casa; eppure aveva sonno. Andò dunque in camera, s’accostò a quel letto in cui la notte avanti aveva trovate tante spine; e vi s’inginocchiò accanto, con l’intenzione di pregare. Trovò in fatti in un cantuccio riposto e profondo della mente, le preghiere ch’era stato ammaestrato a recitar da bambino; cominciò a recitarle; e quelle parole, rimaste lì tanto tempo ravvolte insieme, venivano l’una dopo l’altra come sgomitolandosi. Provava in questo un misto di sentimenti indefinibile; una certa dolcezza in quel ritorno materiale all’abitudini dell’innocenza; un inasprimento di dolore al pensiero dell’abisso che aveva messo tra quel tempo e questo; un ardore d’arrivare, con opere di espiazione, a una coscienza nuova, a uno stato il più vicino all’innocenza, a cui non poteva tornare; una riconoscenza, una fiducia in quella misericordia che lo poteva condurre a quello stato, e che gli aveva già dati tanti segni di volerlo. Rizzatosi poi, andò a letto, e s’addormentò immediatamente. Così terminò quella giornata, tanto celebre ancora quando scriveva il nostro anonimo; e ora, se non era lui, non se ne saprebbe nulla, almeno de’ particolari; giacché il Ripamonti e il Rivola, citati di sopra, non dicono se non che quel sì segnalato tiranno, dopo un abboccamento con Federigo, mutò mirabilmente vita, e per sempre. E quanti son quelli che hanno letto i libri di que’ due? Meno ancora di quelli che leggeranno il nostro. E chi sa se, nella valle stessa, chi avesse voglia di cercarla, e l’abilità di trovarla, sarà rimasta qualche stracca e confusa tradizione del fatto? Son nate tante cose da quel tempo in poi!
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
Così detto, si mosse; e don Abbondio gli andò dietro. Qui l’anonimo ci avvisa che non fu questo il solo abboccamento di que’ due personaggi, né Lucia il solo argomento de’ loro abboccamenti; ma che lui s’è ristretto a questo, per non andar lontano dal soggetto principale del racconto. E che, per lo stesso motivo, non farà menzione d’altre cose notabili, dette da Federigo in tutto il corso della visita, né delle sue liberalità, né delle discordie sedate, degli odi antichi tra persone, famiglie, terre intere, spenti o (cosa ch’era pur troppo più frequente) sopiti, né di qualche bravaccio o tirannello ammansato, o per tutta la vita, o per qualche tempo; cose tutte delle quali ce n’era sempre più o meno, in ogni luogo della diocesi dove quell’uomo eccellente facesse qualche soggiorno. Dice poi, che, la mattina seguente, venne donna Prassede, secondo il fissato, a prender Lucia, e a complimentare il cardinale, il quale gliela lodò, e raccomandò caldamente. Lucia si staccò dalla madre, potete pensar con che pianti; e uscì dalla sua casetta; disse per la seconda volta addio al paese, con quel senso di doppia amarezza, che si prova lasciando un luogo che fu unicamente caro, e che non può esserlo più. Ma i congedi con la madre non eran gli ultimi; perché donna Prassede aveva detto che si starebbe ancor qualche giorno in quella sua villa, la quale non era molto lontana; e Agnese promise alla figlia d’andar là a trovarla, a dare e a ricevere un più doloroso addio. Il cardinale era anche lui sulle mosse per continuar la sua visita, quando arrivò, e chiese di parlargli il curato della parrocchia, in cui era il castello dell’innominato. Introdotto, gli presentò un gruppo e una lettera di quel signore, la quale lo pregava di far accettare alla madre di Lucia cento scudi d’oro ch’eran nel gruppo, per servir di dote alla giovine, o per quell’uso che ad esse sarebbe parso migliore; lo pregava insieme di dir loro, che, se mai, in qualunque tempo, avessero creduto che potesse render loro qualche servizio, la povera giovine sapeva pur troppo dove stesse; e per lui, quella sarebbe una delle fortune più desiderate. Il cardinale fece subito chiamare Agnese, le riferì la commissione, che fu sentita con altrettanta soddisfazione che maraviglia; e le presentò il rotolo, ch’essa prese, senza far gran complimenti. “Dio gliene renda merito, a quel signore,” disse: “e vossignoria illustrissima lo ringrazi tanto tanto. E non dica nulla a nessuno, perché questo è un certo paese... Mi scusi, veda; so bene che un par suo non va a chiacchierare di queste cose; ma... lei m’intende.” Andò a casa, zitta, zitta; si chiuse in camera, svoltò il rotolo, e quan-
I promessi sposi - Parte II di Alessandro Manzoni
zogne di qualche interessato, racconta in vece che il Piazza, subito dopo la tortura, e mentre lo slegavano per ricondurlo in carcere, uscì fuori con una rivelazione spontanea, che nessuno s’aspettava. La bugiarda rivelazione fu fatta bensì, ma il giorno seguente, dopo l’abboccamento con l’auditore, e a gente che se l’aspettava benissimo. Sicché, se non fossero rimasti que’ pochi documenti, se il senato avesse avuto che fare soltanto col pubblico e con la storia, avrebbe ottenuto l’intento d’abbuiar quel fatto così essenziale al processo, e che diede le mosse a tutti gli altri che venner dopo. Quello che passò in quell’abboccamento, nessuno lo sa, ognuno se l’immagina a un di presso. “È assai verosimile”, dice il Verri, “che nel carcere istesso si sia persuaso a quest’infelice, che persistendo egli nel negare, ogni giorno sarebbe ricominciato lo spasimo; che il delitto si credeva certo, e altro spediente non esservi per lui fuorché l’accusarsene e nominare i complici; così avrebbe salvata la vita, e si sarebbe sottratto alle torture pronte a rinnovarsi ogni giorno. Il Piazza dunque chiese, ed ebbe l’impunità, a condizione però che esponesse sinceramente il fatto.” Non pare però punto probabile che il Piazza abbia chiesto lui l’impunità. L’infelice, come vedremo nel seguito del processo, non andava avanti se non in quanto era strascinato; ed è ben più credibile, che, per fargli fare quel primo, così strano e orribile passo, per tirarlo a calunniar sé e altri, l’auditore gliel’abbia offerta. E di più, i giudici, quando gliene parlaron poi, non avrebbero omessa una circostanza così importante, e che dava tanto maggior peso alla confessione; né l’avrebbe omessa il capitano di giustizia nella lettera allo Spinola. Ma chi può immaginarsi i combattimenti di quell’animo, a cui la memoria così recente de’ tormenti avrà fatto sentire a vicenda il terror di soffrirli di nuovo, e l’orrore di farli soffrire! a cui la speranza di fuggire una morte spaventosa, non si presentava che accompagnata con lo spavento di cagionarla a un altro innocente! giacché non poteva credere che fossero per abbandonare una preda, senza averne acquistata un’altra almeno, che volessero finire senza una condanna. Cedette, abbracciò quella speranza, per quanto fosse orribile e incerta; assunse l’impresa, per quanto fosse mostruosa e difficile; deliberò di mettere una vittima in suo luogo. Ma come trovarla? a che filo attaccarsi? come scegliere tra nessuno? Lui, era stato un fatto reale, che aveva servito d’occasione e di pretesto per accusarlo. Era entrato in via della Vetra,  era  andato  rasente  al  muro,  l’aveva  toccato;  una  sciagurata  aveva
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
Ma gli esaminatori, senza far nessuna osservazione, passarono a domandargli, con qual occasione detto Barbiero gli ha dato detto onto. Ed ecco cosa rispose: passai di là, et lui chiamandomi mi disse: vi ho puoi da dare un non so che; io gli dissi che cosa era? et egli disse: è non so che onto; et io dissi: sì, sì, verrò puoi a tuorlo; et così da lì a due o tre giorni, me lo diede puoi. Altera le circostanze materiali del fatto, quanto è necessario per accomodarlo alla favola; ma gli lascia il suo colore; e alcune delle parole che riferisce, eran probabilmente quelle ch’eran corse davvero tra loro. Parole dette in conseguenza d’un concerto già preso, a proposito d’un preservativo, le dà per dette all’intento di proporre di punto in bianco un avvelenamento, almen tanto pazzo quanto atroce. Con tutto ciò, gli esaminatori vanno avanti con le domande, sul luogo, sul giorno, sull’ora della proposta e della consegna; e, come contenti di quelle risposte, ne chiedon dell’altre. Che cosa gli disse quando gli consegnò il detto vasetto d’onto? Mi disse: pigliate questo vasetto, et ongete le muraglie qui adietro, et poi venete da me, che haverete una mano de danari. “Ma perché il barbiero, senza arrischiare, non ungeva da sé di notte!” postilla qui, stavo per dire esclama, il Verri. E una tale inverisimiglianza avventa, per dir così, ancor più in una risposta successiva. Interrogato se il detto Barbiero assignò a lui Constituto il luogo preciso da ongere, risponde: mi disse che ongessi lì nella Vedra de’ Cittadini, et che cominciassi dal suo uschio, dove in effetto cominciai. “Nemmeno l’uscio suo proprio aveva unto il barbiere!” postilla qui di nuovo il Verri. E non ci voleva, certo, la sua perspicacia per fare un’osservazion simile; ci volle l’accecamento della passione per non farla, o la malizia della passione per non farne conto, se, come è più naturale, si presentò anche alla mente degli esaminatori. L’infelice inventava così a stento, e come per forza, e solo quando era eccitato, e come punto dalle domande, che non si saprebbe indovinare se quella promessa di danari sia stata immaginata da lui, per dar qualche ragione dell’avere accettata una commission di quella sorte, o se gli fosse stata suggerita da un’interrogazion dell’auditore, in quel tenebroso abboccamento. Lo stesso bisogna dire d’un’altra invenzione, con la quale, nell’esame, andò incontro  indirettamente  a  un’altra  difficoltà,  cioè  come  mai  avesse  potuto maneggiar quell’unto così mortale, senza riceverne danno. Gli domandano
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
poteva aver soccorso se non da loro, o per mezzo loro, davano per difensore uno che mancava delle qualità necessarie a un tal incarico, e n’aveva delle incompatibili! Con tanta leggerezza procedevano! mettiam pure che non c’entrasse malizia. E toccava a un subalterno a richiamarli all’osservanza delle regole più note, e più sacrosante! Tornato, disse: sono stato dal Mora, il quale mi ha detto liberamente che non ha fallato, et che quello che ha detto, l’ha detto per i tormenti; et perché gli ho detto liberamente che non volevo né potevo sostener questo carico di diffenderlo, mi ha detto che almeno il Sig. Presidente sij servito (si degni) di provederli d’un diffensore, et che non voglia permettere che habbi da morire indiffeso. Di tali favori, e con tali parole, l’innocenza supplicava l’ingiustizia! Gliene nominarono infatti un altro. Quello assegnato al Piazza, “comparve e chiese a voce che gli fosse fatto vedere il processo del suo cliente; e avutolo, lo lesse”. Era questo il comodo che davano alle difese? Non sempre, poiché l’avvocato del Padilla, che divenne, come or ora vedremo, il concreto della persona grande buttata là in astratto e in aria, ebbe a sua disposizione il processo medesimo, tanto da farne copiar quella buona parte che è venuta per quel mezzo a nostra notizia. Sullo spirar del termine, i due sventurati chiesero una proroga: “il senato concesse loro tutto il giorno seguente, e non più: et non ultra”. Le difese del Padilla furon presentate in tre volte: una parte il 24 di luglio 1631; la quale “fu ammessa senza pregiudizio della facoltà di presentar più tardi il rimanente”; l’altra il 13 d’aprile 1632; e l’ultima il 10 di maggio dell’anno medesimo: era allora arrestato da circa due anni. Lentezza dolorosa davvero, per un innocente; ma, paragonata alla precipitazione usata col Piazza e col Mora, per i quali non fu lungo che il supplizio, una tal lentezza è una parzialità mostruosa. Quella nuova invenzione del Piazza sospese però il supplizio per alcuni giorni, pieni di bugiarde speranze, ma insieme di nuove crudeli torture, e di nuove funeste calunnie. L’auditore della Sanità fu incaricato di ricevere, in gran segreto, e senza presenza di notaio, una nuova deposizione di costui; e questa volta fu lui che promosse l’abboccamento, per mezzo del suo difensore, facendo intendere che aveva qualcosa di più da rivelare intorno alla persona grande. Pensò probabilmente che, se gli riusciva di tirare in quella rete, così chiusa alla fuga, così larga all’entrata, un pesce grosso; questo per uscirne, ci farebbe un tal rotto, che ne potrebbero scappar fuori anche i pic-
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
coli. E siccome, tra le molte e varie congetture ch’eran girate per le bocche della gente, intorno agli autori di quel funesto imbrattamento del 1. di maggio (ché la violenza del giudizio fu dovuta in gran parte all’irritazione, allo spavento, alla persuasione prodotta da quello: e quanto i veri autori di esso furon più colpevoli di quello che conoscessero loro medesimi!), s’era anche detto che fossero ufiziali spagnoli, così lo sciagurato inventore trovò anche qui qualcosa da attaccarsi. L’esser poi il Padilla figliuolo del comandante del castello, e l’aver quindi un protettor naturale, che, per aiutarlo, avrebbe potuto disturbare il processo, fu probabilmente ciò che mosse il Piazza a nominar lui piuttosto che un altro: se pure non era il solo ufiziale spagnolo che conoscesse, anche di nome. Dopo l’abboccamento, fu chiamato a confermar giudizialmente la sua nuova deposizione. Nell’altra aveva detto che il barbiere non gli aveva voluto nominar la persona grande. Ora veniva a sostenere il contrario; e per diminuire, in qualche maniera, la contradizione, disse che non gliel’aveva nominata subito. Finalmente mi disse doppo il spatio di quattro o cinque giorni, che questo capo grosso era un tale di Padiglia, il cui nome non mi raccordo, benché me lo disse; so bene, et mi raccordo precisamente che disse esser figliolo del Sig. Castellano nel Castello di Milano. Danari, però, non solo non disse d’averne ricevuti dal barbiere, ma protestò di non saper nemmeno se questo n’avesse avuti dal Padilla. Fu fatta sottoscrivere al Piazza questa deposizione, e spedito subito l’auditore della Sanità a comunicarla al governatore, come riferisce il processo; e sicuramente a domandargli se consentirebbe, occorrendo, a consegnare all’autorità civile il Padilla, ch’era capitano di cavalleria, e si trovava allora all’esercito, nel Monferrato. Tornato l’auditore, e fatta subito confermar di nuovo la deposizione al Piazza, s’andò di nuovo addosso all’infelice Mora. Il quale, all’istanze per fargli dire che lui aveva promesso danari al commissario, e confidatogli che aveva una persona grande, e dettogli finalmente chi fosse, rispose: non si trovarà mai in eterno: se io lo sapessi, lo direi, in conscienza mia. Si viene a un nuovo confronto, e si domanda al Piazza, se è vero che il Mora gli ha promesso danari, dichiarando che tutto ciò faceva d’ordine et commissione del Padiglia, figliolo del signor Castellano di Milano. Il difensor del Padilla osserva, con gran ragione, che, “sotto pretesto di confronto”, fecero così conoscere al Mora “quello che si desiderava dicesse”. Infatti, senza questo, o altro simil mezzo, non sarebbero certamente riusciti a fargli buttar fuori quel personaggio. La tortura poteva bensì renderlo bugiardo, ma non indovino. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
costui morì di peste il 18 di settembre, cioè il giorno dopo un confronto sostenuto impudentemente contro quel maestro di scherma, Carlo Vedano. Ma quando sentì avvicinarsi la sua fine, disse a un carcerato che l’assisteva, e che fu un altro de’ testimoni fatti citar dal Padilla: “fatemi a piacere di dire al Sig. Podestà, che tutti quelli che ho incolpati gli ho incolpati al torto; et non è vero ch’io habbi chiapato danari dal figliuolo del Sig. Castellano... io ho da morire di questa infermità: prego quelli che ho incolpati al torto mi perdonino; et di gratia ditelo al Sig. Podestà, se io ho d’andar salvo. Et io subito”, soggiunge il testimonio, “andai a referire al Sig. Podestà quello che il Baruello m’haveva detto.” Questa ritrattazione poté valere per il Padilla; ma il Vedano, il quale non era fin allora stato nominato che dal solo Baruello, fu atrocemente tormentato, quel giorno medesimo. Seppe resistere; e fu lasciato stare (in prigione, s’intende) fino alla metà di gennaio dell’anno seguente. Era, tra que’ meschini, il solo che conoscesse davvero il Padilla, per aver tirato due volte di spada con lui, in castello; e si vede che questa circostanza fu quella che suggerì al Baruello di dargli una parte nella sua favola. Non l’aveva però accusato d’aver composto, né sparso, né distribuito unguenti mortiferi; ma solamente d’essere stato di mezzo tra lui e il Padilla. Non potevan quindi i giudici condannar come convinto un tale imputato, senza pregiudicar la causa di quel signore; e questo fu probabilmente quello che lo salvò. Non fu interrogato di nuovo, se non dopo il primo esame del Padilla; e l’assoluzion di questo tirò dietro la sua. Il Padilla, dal castello di Pizzighettone, dov’era stato trasferito, fu condotto a Milano il 10 di gennaio del 1631, e messo nelle carceri del capitano di giustizia. Fu esaminato quel giorno medesimo; e se ci fosse bisogno d’una prova di fatto per esser certi che anche que’ giudici potevano interrogar senza frodi, senza menzogne, senza violenze, non trovare inverisimiglianze dove non ce n’era, contentarsi di risposte ragionevoli, ammettere, anche in una causa d’unzioni venefiche, che un accusato potesse dir la verità, anche dicendo di no, si vedrebbe da questo esame, e dagli altri due che furon fatti al Padilla. I soli che avessero deposto d’essersi abboccati con lui, il Mora e il Baruello, avevano anche indicati i tempi; il primo all’incirca, il secondo più precisamente. Domandaron dunque i giudici al Padilla, quando fosse andato al campo: indicò il giorno; di dove fosse partito per andarci: da Milano; se a
Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni
I – Comincia il libro chiamato Ninfale e primamente mostra il facitore che di far questo gli è cagione Amore ................................................................................................................................................................ 5 II – Qui tiene Diana consiglio alla fonte; Africo la vede e innamorarsi d’una di quelle ninfe che poi sale il monte, e di sé si duole e della sua fortuna ................................................................................................... 11 III – Venere ad Africo viene in visione promettendogli aiuto;ricerca per Mensola trovare e truova altre ninfe;domanda di lei[e quelle] fuggonsi sanza rispondere al garzone .............................................................. 19 IV – Di Girafone ad Africo suo figliuolo un esempletto perchè più non vada dietro alle ninfe, perchè corre pericolo e duolo ...................................................................................................................................... 29 V – Qui truova Africo Mensola e priegala, e quella fugge e non risponde e lanciali un dardo e poi si nasconde ........................................................................................................................................................... 37 VI – Africo qui nell’amor si raccese quando il parlar di Mensola intese ......................................................... 44 VII – Smarrisce Africo Mensola e torna a cas ae dice si sente gran duolo; duolsi di Venere e d’Amor suo figliuolo, poi s’addormenta in sul suo letticciuolo.......................................................................................... 45  VIII – Come la tenera madre credendo che ’l duolo d’Africo fosse molto pericoloso, colse certe erbe per farlo gioioso, e prestamente le fe’ uno bagnolo ......................................................................................... 56 IX – Qui dice come Africo sopra una fonte si specchiava, e veggendosi pallido divenuto, duolsi d’Amore e della sua fortuna ............................................................................................................................. 62 X – A Venere fa Africo orazione; raccomandasi a lei divotamente che in suo aiuto sia liberamente, sí come ha fatto a molte altre persone ............................................................................................................. 67 XI – Qui Africo s’avvede del sacrificio Venere avere esaudito la sua orazione e si torna a casa allegro; vassi a dormire; Venere gli appare e insegnali i modi che tegna per la sua salute ........................................... 70 XII – Africo ammaestrato per la visione di Venere, vestito in abito di ninfa va per ritrovare Mensola; truovala con altre ninfe dietro ad un cinghiale; arriva il cinghiale ed Africo con una saetta l’uccide nel cospetto di Mensola; abboccasi con l’altre ninfe e credono che sia una ninfa; Mensola molto il commenda ..................................................................................................................................................... 75 XIII – Africo si parte con Mensola e altre ninfe, e vanno a mangiare ad una caverna d’un’altra ninfa; cuocono del cinghiale da loro preso, poi si partono con molta festa, africo sempre vestito in abito di ninfa; e poi come Africo si congiunge con Mensola ................................................................................... 80 XIV – Rimase Mensola con molta pena; Africo la conforta e contale dal principio alla fine il suo innamoramento, tanto ch’ella si conforta ........................................................................................................ 91 XV – Veggendo Africo Mensola pigliare conforto, da capo con lusinghe la priega per vedere se può inducerla a concordia ....................................................................................................................................... 96 XVI – Assicurata Mensola, Africo la priega sen vada con seco a casa; ella non vuole, ma diceli che è già di lui presa ............................................................................................................................................... 98 XVII – Qui promette Mensola ad Africo di tornare a lui, e priegalo che si debba partire, che non fossero trovati ................................................................................................................................................ 102 XVIII – Africo priega Mensola che gli acconsenta quello che vole da lei ..................................................... 104 XIX – Mensola priega Africo si parta, e non vuole acconsentire .................................................................. 105
Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio
– Che vuoi? – disse Martino. – Sono stanco di lavorare come un asino pei begli occhi di non so chi. Ci levano la pelle. Non ci lasciano respirare un momento, neppure per trovarci insieme... In tre mesi soltanto quattro volte, di notte, a ruba ruba, con una paura del diavolo addosso! Una sera che babbo e mamma avevano mangiato bene e bevuto meglio, la ragazza andò a trovare il suo Martino in sottana, che sembrava la Fata Bianca, sciogliendosi in lagrime come una fontana. – Che facciamo, Dio mio?... Tu dormi invece!... – Eh? Che vuoi fare? – rispose lui fregandosi gli occhi. – Non posso più nascondere il mio stato... La mamma mi tiene gli occhi addosso... Bisogna confessare ogni cosa... Tu che hai più coraggio... – Io, eh? Perché tuo padre mi dia il resto del carlino? Grazie tante! Piuttosto infilo l’uscio e me ne vo. Se tu vuoi venire con me, poi... L’idea gli parve buona e l’accarezzò per un po’ di tempo. – Io so fare il salto mortale, l’uomo senz’ossa, il gambero parlante. Tu sei una bella ragazza... Sì, te lo dico in faccia... Vestita in maglia, a raccogliere i soldi col piattello, la gente non si farà tirar le orecchie per mettere mano alla tasca. Andremo pel mondo; ci divertiremo, e ciò che si guadagna ce lo mangeremo noi due. Ti piace? Mai e poi mai don Candeloro si sarebbe aspettato un tradimento così nero. Proprio nel meglio della stagione, quando il pubblico cominciava ad abboccare, e da otto giorni che erano arrivati in paese, e avevano piantato le assi nel magazzino dell’arciprete Simola, s’intascavano soldi colla pala, e ogni sera si cenava! Fu allora che Martino e la Violante, sentendosi la pancia piena, sputarono fuori il veleno, e gli appiopparono il calcio dell’asino, la sera che il pubblico affollavasi in teatro per la continuazione delle imprese di Guerin Meschino alla ricerca della Fata Alcida, e prevedevasi più di venti lire d’incasso. La moglie di don Candeloro, che da qualche tempo aveva dei sospetti e teneva d’occhio la figliuola, la sorprese tutta sossopra, dietro a Martino, il quale insaccava della roba. Violante, colta sul fatto, le si buttò ai piedi piangendo, come la Damigella di Pacifero Re del Porchinos, quando svela il suo fallo al genitore. – Ah, scellerata! – strillò la madre. – Cos’hai fatto?  Tuo padre ora v’accoppa tutt’e due! Don Candeloro sopraggiunse in quel punto, facendo il diavolo a quattro appena intese di che si trattava. Sua moglie gridando aiuto, Violante buttanOp. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Don Candeloro e C i di Giovanni Verga
Comare Venera la Zuppidda, per confortare comare la Longa, le andava dicendo: – Ora mettetevi il cuore in pace, che per cinque anni bisogna fare come se vostro figlio fosse morto, e non pensarci più. Ma pure ci pensavano sempre, nella casa del nespolo, o per certa scodella che le veniva tutti i giorni sotto mano alla Longa nell’apparecchiare il deschetto, o a proposito di certa ganza che ‘Ntoni sapeva fare meglio di ogni altro alla funicella della vela, e quando si trattava di serrare una scotta tesa come una corda di violino, o di alare una parommella, che ci sarebbe voluto l’argano. Il nonno ansimando cogli ohi! ooohi! intercalava – Qui ci vorrebbe ‘Ntoni – oppure – Vi pare che io abbia il polso di quel ragazzo? La madre, mentre ribatteva il pettine sul telaio – uno! due! tre! – pensava a quel bum bum della macchina che le aveva portato via il figliuolo, e le era rimasto sul cuore, in quel gran sbalordimento, e le picchiava ancora il petto, – uno! due! tre! Il nonno poi aveva certi singolari argomenti per confortarsi, e per confortare gli altri: – Del resto, volete che vel dica? Un po’ di soldato gli farà bene a quel ragazzo; ché il suo paio di braccia gli piaceva meglio di portarsele a spasso la domenica, anziché servirsene a buscarsi il pane. Oppure: – Quando avrà provato il pane salato che si mangia altrove, non si lagnerà più della minestra di casa sua. Finalmente arrivò da Napoli la prima lettera di ‘Ntoni, che mise in rivoluzione tutto il vicinato. Diceva che le donne, in quelle parti là, scopavano le strade colle gonnelle di seta, e che sul molo c’era il teatro di Pulcinella, e si vendevano delle pizze, a due centesimi, di quelle che mangiano i signori, e senza soldi non ci si poteva stare, e non era come a Trezza, dove se non si andava all’osteria della Santuzza non si sapeva come spendere un baiocco. – Mandiamogli dei soldi per comperarsi le pizze, al goloso! brontolava padron ‘Ntoni; già lui non ci ha colpa, è fatto così; è fatto come i merluzzi, che abboccherebbero un chiodo arrugginito. Se non l’avessi tenuto a battesimo su queste braccia, direi che don Giammaria gli ha messo in bocca dello zucchero invece di sale. La  Mangiacarrubbe, quando al lavatoio c’era anche Sara di comare Tudda, tornava a dire: – Sicuro! le donne vestite di seta aspettavano apposta ‘Ntoni di padron ‘Ntoni per rubarselo; che non ne avevano visti mai dei cetriuoli laggiù! Le altre si tenevano i fianchi dal ridere, e d’allora in poi le ragazze inacidite lo chiamarono “cetriuolo”. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I Malavoglia di Giovanni Verga
La Mena non sapeva nulla che volessero maritarla con Brasi di padron Cipolla per far passare la doglia alla mamma, e il primo che glielo disse, qualche tempo dopo, fu compare Alfio Mosca, dinanzi al rastrello dell’orto, che tornava allora da Aci Castello col suo carro tirato dall’asino. Mena rispondeva: – Non è vero, non è vero – ma si confondeva, e mentre egli andava spiegando il come e il quando l’aveva sentito dire dalla Vespa, in casa dello zio Crocifisso, tutt’a un tratto si fece rossa rossa. Anche compare Mosca aveva un’aria stralunata, e vedendo in quel modo la ragazza, con quel fazzoletto nero che ci aveva al collo, se la prendeva coi bottoni del farsetto, si dondolava ora su di un piede ed ora su di un altro, e avrebbe pagato qualche cosa per andarsene. – Sentite, io non ci ho colpa, l’ho sentito  dire  nel  cortile  di Campana  di  legno,  mentre  stavo  spaccando  il carrubbo che fu schiantato dal temporale di Santa Chiara, vi rammentate? Adesso lo zio Crocifisso mi fa fare le faccende di casa, perché non vuol più sentir parlare del figlio della Locca, dopo che l’altro fratello gli fece quel servizio che sapete col carico dei lupini. La Mena teneva in mano il nottolino del rastrello, ma non si risolveva ad aprire. – E poi, se non è vero, perché vi fate rossa? Ella non lo sapeva, in coscienza, e girava e rigirava il nottolino. Quel cristiano lo conosceva soltanto di vista, e non sapeva altro. Alfio le andava snocciolando la litania di tutte le ricchezze di Brasi Cipolla, il quale, dopo compare Naso il beccaio, passava pel più grosso partito del paese, e le ragazze se lo mangiavano cogli occhi. La Mena stava ad ascoltare con tanto d’occhi anche lei, e all’improvviso lo piantò con un bel saluto, e se ne entrò nell’orto. Alfio, tutto infuriato, corse a lagnarsi colla Vespa che gli dava a bere di tali bugie, per farlo litigare colla gente. –  A  me  l’ha  detto  lo  zio  Crocifisso;  rispose  la  Vespa.  Io  non  dico bugie! – Bugie! bugie! borbottò lo zio Crocifisso. Io non voglio dannarmi l’anima per coloro! L’ho sentito dire con queste orecchie. Ho sentito pure che la Provvidenza è dotale, e che sulla casa c’è il censo di cinque tarì all’anno. – Si vedrà! si vedrà! un giorno o l’altro si vedrà se ne dite o non ne dite, delle bugie, – seguitava la Vespa, dondolandosi appoggiata allo stipite, colle mani dietro la schiena, e intanto lo guardava cogli occhi ladri. – Voi altri uomini siete tutti di una pasta, e non c’è da fidarsi. Lo zio Crocifisso alle volte non ci sentiva, e invece di abboccar l’esca seguitò a saltar di palo in frasca, e a parlare dei Malavoglia che badavano a maritarsi, ma a quel discorso delle quarant’onze non ci pensavano neppure. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
I Malavoglia di Giovanni Verga
ro, e passava in rivista i buoi legati ai pioli intorno all’aia. Il camparo mogio mogio gli andava dietro per rispondere al caso: – Gnorsì, Pelorosso sta un po’ meglio; gli ho dato la gramigna per rinfrescarlo. La Bianchetta ora mi fa la svogliata anch’essa... Bisognerebbe mutar di pascolo... tutto il bestiame... Il mal d’occhio, sissignore! Io dico ch’è passato di qui qualcheduno che portava il malocchio!... Ho seminato perfino i pani di San Giovanni nel pascolo... Le pecore stanno bene, grazie a Dio... e il raccolto pure... Nanni l’Orbo? Laggiù a Passanitello, dietro le gonnelle di quella strega... Un giorno o l’altro se ne torna a casa colle gambe rotte, com’è vero Dio!... e Brasi Camauro anch’esso, per amor di quattro spighe... – Diodata gridò dall’uscio ch’era pronto. – Se non avete altro da comandarmi, vossignoria, vado a buttarmi giù un momento... Come Dio volle finalmente, dopo un digiuno di ventiquattr’ore, don Gesualdo poté mettersi a tavola, seduto di faccia all’uscio, in maniche di camicia, le maniche rimboccate al disopra dei gomiti, coi piedi indolenziti nelle vecchie ciabatte ch’erano anch’esse una grazia di Dio. La ragazza gli aveva apparecchiata una minestra di fave novelle, con una cipolla in mezzo, quattr’ova fresche, e due pomidori ch’era andata a cogliere tastoni dietro la casa. Le ova friggevano nel tegame, il fiasco pieno davanti; dall’uscio entrava un venticello fresco ch’era un piacere, insieme al trillare dei grilli, e all’odore dei covoni nell’aia: – il suo raccolto lì, sotto gli occhi, la mula che abboccava anch’essa avidamente nella bica dell’orzo, povera bestia – un manipolo ogni strappata! Giù per la china, di tanto in tanto, si udiva nel chiuso il campanaccio della mandra; e i buoi accovacciati attorno all’aia, legati ai cestoni colmi di fieno, sollevavano allora il capo pigro, soffiando, e si vedeva correre nel buio il luccichìo dei loro occhi sonnolenti, come una processione di lucciole che dileguava. Gesualdo posando il fiasco mise un sospirone, e appoggiò i gomiti sul deschetto: – Tu non mangi?... Cos’hai? Diodata stava zitta in un cantuccio, seduta su di un barile, e le passò negli occhi, a quelle parole, un sorriso di cane accarezzato. – Devi aver fame anche tu. Mangia! mangia! Essa mise la scodella sulle ginocchia, e si fece il segno della croce prima di cominciare, poi disse: – Benedicite a vossignoria! Mangiava adagio adagio, colla persona curva e il capo chino. Aveva una massa di capelli morbidi e fini, malgrado le brinate ed il vento aspro Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
L’aia era vasta quanto una piazza. Dieci muli trottavano in giro, continuamente; e dietro i muli correvano Nanni l’Orbo e Brasi Camauro, affondando nella pula sino ai ginocchi, ansanti, vociando, cantando, urlando. Da un lato, in una nuvola bianca, una schiera di contadini armati di forche, colle camice svolazzanti, sembrava che vangassero nel grano; mentre lo zio Carmine, in cima alla bica, nero di sole, continuava a far piovere altri covoni dall’alto. Delle tregge arrivavano ogni momento dai seminati intorno, cariche d’altra messe; dei garzoni insaccavano il grano e lo portavano nel magazzino, dove non cessava mai la nenia di Pirtuso che cantava “e viva Maria!” ogni venti moggi. Tutt’intorno svolazzavano stormi di galline, un nugolo di piccioni per aria; degli asinelli macilenti abboccavano affamati nella paglia, coll’occhio spento; altre bestie da soma erano sparse qua e là; e dei barili di vino passavano di mano in mano, quasi a spegnere un incendio. Don Gesualdo sempre in moto, con un fascio di taglie in mano, segnando il frumento insaccato, facendo una croce per ogni barile di vino, contando le tregge che giungevano, sgridando Diodata, disputando col sensale, vociando agli uomini da lontano, sudando, senza voce, colla faccia accesa, la camicia aperta, un fazzoletto di cotone legato al collo, un cappellaccio di paglia in testa. – Lo vedete, don Luca, se ho tempo da perdere adesso!... Vino, qua! Date da bere a don Luca!... Sì, sì, verrò; ma quando potrò... Per ora non posso muovermi, cascasse il mondo!... Diodata!... bada che il vento spinge la fiamma verso l’aia, santo e santissimo!... No, don Luca! non sono in collera pel rifiuto dei suoi fratelli... Venite qua, accostatevi, ch’è inutile far sapere alla gente i fatti nostri!... Ciascuno la pensa a modo suo... Poi è lei che deve risolvere... Se lei dice di sì, io per me non mi tiro indietro... Ma oggi non posso venire... e neppure domani... Be’! dopodomani!... Dopodomani devo venire anche per l’affare della gabella, e ne discorreremo. Don Luca suggerì pure di far precedere due paroline scritte: – Ci abbiamo appunto mia moglie che par fatta apposta per consegnarle sottomano a donna Bianca, senza destar sospetti. Una bella letterina, con due o tre parole che fanno colpo sulle ragazze! Capite, vossignoria? Ciolla ci ha la mano... Ne parlerei io stesso a Ciolla in segretezza, senza stare a rompervi il capo, vossignoria; e vi fa fare una bella figura. Con un bottiglione di vino poi ve lo chetate, il Ciolla. Don Gesualdo non volle sapere di lettera: – Non per risparmiare il vino; ma che storie mi andate contando? Se a lei l’affare gli va, allora che bisogno c’e di tante chiacchiere. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Mastro don Gesualdo di Giovanni Verga
via, egli impallidiva lievemente nelle guance. Non di rado anche avveniva che il Partistagno fosse con lei, superbo di quell’onore; e nell’abboccarsi colla brigata egli non mancava di volgere sul dottorino di Fossalta uno sguardo quasi di altero disprezzo. Lucilio sosteneva quello sguardo, come sosteneva le burle dei ragazzi, con una indifferenza più superba e sprezzante a tre doppi. Ma l’indifferenza campeggiava sul volto; l’inno della vittoria gli cantava nel cuore. La fronte di Clara, immalinconita dalle sincere ma rozze galanterie del giovine castellano, s’irradiava d’uno splendore di contentezza quando vedeva da lungi la grave ed ideale figura del figliuolo adottivo della nonna. Partistagno le volgeva di sbieco una lunga occhiata d’ammirazione: Lucilio la adocchiava appena di volo, e ambidue si inebriavano l’uno d’una vana speranza l’altro d’una ragionata certezza d’amore. Quanto al signor Conte, alla signora Contessa, e al buon Monsignore, essi erano troppo in alto coi pensieri, ovverosia troppo occupati della propria grandezza, per badare a simili minuzzoli. Il resto della comitiva non ardiva levar gli occhi tant’alto, e così queste vicende d’affetto succedevano fra i tre giovani senza che vi si ingerisse sguardo profano od importuno. Martino qualche volta mi chiedeva: «Hai veduto capitare il dottor Lucilio oggi?» (Lo chiamavano dottore benché non avesse diploma, perché aveva guardate molte lingue e tastati molti polsi nel territorio). — Io gli rispondeva gridando a piena gola:« No, non l’ho veduto!» Questo dialogo avveniva sempre quando la Clara o soletta o accompagnata dal Partistagno usciva nel dopopranzo, meno serena ed ilare del solito. Martino forse ci vedeva più che ogn’altro, ma non ne diede mai altro indizio che questo. Quanto alla Pisana la mi diceva sovente:«Se io fossi mia sorella vorrei sposare quel bel giovane che ha tanti bei nastri sulla giubba e un così bel cavallo, con una gualdrappa tutta indorata; e il signor Merlo lo farei mettere in una gabbietta per regalarlo alla nonna il giorno della sua sagra».
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
le malattie. I compagni della gioventù ci lasciano ad uno ad uno, e ci abbandonano alle nuove amicizie rade guardinghe interessate della virilità. Da questa al deserto della vecchiaia è un breve passo pieno di compianti e di lagrime. Date  tempo  al  tempo,  figliuoli  miei!  Dopo  esservi  raggirati  con  me  nel laberinto allegro vario e popoloso degli anni più verdi, finirete a sedere in una poltrona, donde il povero vecchio stenta a mover le gambe e pur s’affida a forza di coraggio e di meditazioni al futuro che si stende al di qua e al di là della tomba. Ma per adesso lasciate che vi mostri il mondo vecchio; quel mondo che bamboleggiava ancora alla fine del secolo scorso, prima che il magico soffio della rivoluzione francese gli rinnovasse spirito e carni. La gente d’allora non è quella d’adesso: guardatela e fatevene specchio d’imitazione nel poco bene, e di correzione nel molto male. Io, superstite di quella nidiata, ho il diritto di parlar chiaro: voi avrete quello di giudicar noi e voi dopoché avrò parlato. Non mi ricordo più quanti, ma certo pochissimi giorni dopo l’abboccamento del castellano di Venchieredo col Conte, il paese di Fratta fu verso sera turbato da un’improvvisa invasione. Erano villani e contrabbandieri che scappavano, e dietro a loro Cernide buli e cavallanti che scorazzavano alla rinfusa, sbraitando sulla piazza, percotendo malamente i contadini che incontravano e facendo il più gran subbuglio che si potesse vedere. Al primo sussurrare di quella gentaglia la Contessa, ch’era uscita con monsignore di Sant’Andrea e colla Rosa per la sua passeggiata del dopopranzo, s’affrettò a rinchiudersi in castello, e lì fece svegliare il marito perché vedesse cos’era quella novità. Il Conte, che da una settimana non potea dormire che con un occhio solo, scese precipitosamente in cucina, e in breve tempo il Cancelliere, monsignor Orlando, Marchetto, Fulgenzio, il fattore, il Capitano gli furono intorno colla cera più spaventata del mondo. Oramai ognuno aveva capito che non sarebbero tornati con tanta facilità alla calma d’una volta; e ad ogni nuovo segno di burrasca la paura raddoppiava come nell’animo del convalescente ai sintomi d’una recidiva. Anche quella sera toccò al capitano Sandracca e a tre de’ suoi assistenti fare il cuor del leone, e uscire alla scoperta. Ma non passarono cinque minuti ch’essi erano già tornati colla coda fra le gambe e con nessuna volontà di ritentar l’esperimento. Quella masnada che tumultuava in piazza era la sbirraglia di Venchieredo e non pareva disposta per nulla alla ritirata. Gaetano dal quartier generale dell’osteria giurava e spergiurava che avrebbe messo a pezzi i contrabbandieri e che quelli che si erano
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
«Cerchiamo d’intenderci colle buone» riprese egli fremendo ancora pel dispetto. «Quanto volete a lasciar passare qui la Contessina?... Credo che non sospetterete già ch’ella porti qualche contrabbando!» «Illustrissimo, noi non sospettiamo niente:» rispose lo sgherro «ma se anche potessimo chiuder un occhio e lasciarli passare, quei del castello sono di diverso parere. Essi hanno buttato a terra tutti e due i ponti e la Contessina non potrebbe entrare che camminando sull’acqua come san Pietro.» «Ohimè! ma dunque il pericolo è proprio grave!» sclamò tramortendo la Clara. «Eh nulla! un timor panico! me lo figuro!» rispose Lucilio. E voltosi ancora allo sgherro: «Dov’è il vostro Capo di Cento?» domandò. «Lustrissimo è all’osteria che beve del migliore mentre noi facciamo la guardia ai pipistrelli» rispose il malandrino. «Va bene: spero che non ci negherete di accompagnarci all’osteria per abboccarci con essolui» soggiunse Lucilio. «Ma! non abbiamo ordini in proposito» ripigliò l’altro. «Tuttavia mi pare che si potrebbe, massime se Vostra Signoria volesse pagarne un bicchiere.» «Animo dunque e vieni con noi!» disse Lucilio. Lo sbirro si volse al suo compagno raccomandandogli di stare alla posta e di non addormentarsi: raccomandazioni udite con pochissimo conforto da colui che dovea restarsene a mangiar la nebbia mentre l’altro aveva in prospettiva un boccaletto di Cividino. Tuttavia si rassegnò borbottando; e Lucilio e la Clara preceduti dalla Cernida mossero di bel nuovo verso il paese. Questa volta i due guardiani li lasciarono passare, e in breve furono all’osteria dove strepitava una tal gazzarra che pareva più un carnovale che una caccia di contrabbandi. Infatti Gaetano, dopo aver inaffiato le gole de’ suoi, aveva cominciato a porger il bicchiere ai curiosi. Costoro, un po’ selvatici dapprincipio, s’intesero benissimo con lui con quel muto ed espressivo linguaggio. E gli abbeverati chiamavano compagnia, e questa cresceva si rinnovava e beveva sempre più. Tantoché, mesci e rimesci, in capo ad una mezz’ora la sbirraglia di Venchieredo era diventata una sola famiglia col contadiname del villaggio; e l’oste non rifiniva dal portare a cielo la splendidezza e la rara puntualità del degnissimo Capo di Cento delle Cernide di Venchieredo. Come si può ben credere, tanta munificenza non era né arbitraria né senza motivo. Il padrone gliel’avea suggerita per tener in quiete la popolazione, e distoglier-
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
«Sissignori, si ritirino loro, mandino di sopra il signor Avogadore... e ce la intenderemo fra noi... La folla tumultuava senza sapere il perché, e già molti dei curiosi se l’erano cavata, e alcuni fra i contadini stanchi di quella commedia avevano ripreso il cammino verso casa. Per me io non sapeva in qual mondo mi fossi, perché mi avessero nominato avogadore, e qual costrutto dovesse avere l’abboccamento cui m’invitava il Vice-capitano. Ma mi piaceva quell’esser diventato uomo di rilievo, e tutto sacrificai alla speranza della gloria. «Apra, apra le porte!... Lasci entrar l’Avogadore!» gridava la folla. «Signori miei» rispose il Capitano «ho moglie e figliuoli, e non ho voglia di farli morire dallo spavento... Aprirò le porte quando loro si sieno allontanati... Veggono che non ho tutto il torto... Patti chiari e amicizia lunga!...» La gente non ci sentiva di allontanarsi, ed io, tra perché ero stanco di stare a cavallo, tra perché mi tardava l’ora di trattar da paro a paro con un Vice-capitano, mi accinsi a persuadernela. «Cittadini» presi a dire «vi ringrazio; vi sarò grato eternamente! Sono commosso ed onorato da tanti contrassegni d’affetto e di stima. Tuttavia il signor Vice-capitano non ha torto. Bisogna dimostrargli confidenza perch’egli si fidi di noi... Sparpagliatevi, state tranquilli... Aspettatemi in piazza... Intanto io difenderò le vostre ragioni...» «Viva l’Avogadore!... Bene! benissimo!... in piazza, in piazza!...  Vogliamo che si apra il granaio della Podesteria!... Vogliamo la cassa del dazio macina!... Quello è il sangue dei poveri!...» «Sì, state tranquilli... fidatevi di me!... giustizia sarà fatta... ma nel frattempo restate in piazza tranquilli ad aspettarmi...» «In  piazza,  in  piazza!...  Viva  il  signor  Carlino!  viva  l’Avogadore!... Abbasso San Marco!... Viva la libertà!» In tali grida la folla rovinò tumultuosa verso la piazza a saccheggiare qualche botteguccia di panettiere e d’erbivendola; ma il chiasso era maggiore della fame e non ci furono guai. Alcuni de’ più diffidenti rimasero per vedere se il Vice-capitano atteneva le sue promesse; io scavalcai con tutto il piacere, consegnai il ronzino ad uno di loro, e attesi alla porta che mi aprissero. Infatti, con ogni accorgimento di prudenza un caporale di Schiavoni aperse una fessura, ed io vi entrai di sbieco; e poi si rimisero le sbarre e i catenacci come proprio se volessero tenermi prigione. Quel fracasso di serramenti e di chia-
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
sanculotti di Parigi. Questo era il frutto della nullaggine politica di tanti secoli: non si credeva più di essere al mondo che per guardare; spettatori e non attori. Gli attori si fanno pagare, e chi sta in poltrona è giusto che compensi quelli che si movono per lui... Il generale in capite Napoleone Buonaparte (così lo chiamavano allora) dimorava in casa Florio. Chiesi di abboccarmi con essolui affermando di aver a fare gravissime comunicazioni sopra cose avvenute nella provincia, e siccome egli mestava in fin d’allora nel torbido coi malcontenti veneziani, così mi venne concessa un’udienza. Questo perché non lo seppi che in appresso. Il Generale era nelle mani del suo cameriere che gli radeva la barba; allora non disdegnava di farsi vedere uomo, anzi ostentava una certa semplicità catoniana, cosicché al primo aspetto rimasi confortato d’assai. Era magro sparuto irrequieto; lunghi capelli stesi gli ingombravano la fronte, le tempie e la nuca fin giù oltre al collare del vestito. Somigliava appunto a quel bel ritratto che ce ne ha lasciato l’Appiani, e che si osserva alla villa Melzi a Bellagio: dono del Primo Console Presidente al Vicepresidente, superba lusinga del lupo all’agnello. Solamente a quel tempo era più sfilato ancora tantoché gli si avrebbero dati pochi anni di vita, ed anzi una tal sembianza di gracilità aggiungeva l’aureola del martire alla gloria del liberatore. Egli sacrificava la sua vita al bene dei popoli; chi non si sarebbe sacrificato per lui? «Cosa volete, cittadino?» mi diss’egli ricisamente, fregandosi le labbra col pizzo dello sciugatoio. «Cittadino generale» risposi con un inchino lievissimo per non offendere la sua repubblicana modestia «le cose di cui vengo a parlarvi sono della massima importanza e della maggior delicatezza.» «Parlate pure» egli soggiunse accennando il cameriere che continuava l’opera sua. «Mercier non ne sa d’italiano più che il mio cavallo.» «Allora» ripresi «mi spiegherò con tutta l’ingenuità d’un uomo che si affida alla giustizia di chi combatte appunto per la giustizia e per la libertà. Un orrendo delitto fu commesso tre giorni sono al castello di Fratta da alcuni bersaglieri francesi. Mentre il grosso della loro schiera saccheggiava arbitrariamente i pubblici granai e l’erario di Portogruaro, alcuni sbandati invasero una onorevole casa signorile, e svillaneggiarono e straziarono tanto una vecchia signora inferma più che centenaria rimasta sola in quella casa, che ella ne morì di disperazione e di crepacuore.»
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
l’avessi fuori degli occhi. Ella forse se ne stizziva; ma per essere in una fase di superbia non si degnava di mostrarlo, e soltanto si accontentava di sfogar quella stizza contro il povero Giulio. Mi ricorda che a quel tempo lo vidi parecchie volte, e sarei anche tornato ad averne compassione, se le mie occupazioni me ne porgevano il tempo nulla nulla. Il povero giovine stava sempre fra la vita e la morte e dàlli una volta e dàlli due, s’era ridotto a tale che ad ogni mosca che ronzasse intorno alla Pisana sdilinquiva di paura. Intanto le cose d’Italia si stravolgevano sempre più. Già da più che sei mesi Modena Bologna e Ferrara aveano dato l’esempio di una servile imitazione di Francia, dietro eccitamento francese: aveano improvvisato, come una bolla di sapone, la Repubblica cispadana. Carlo Emanuele succedeva a Vittorio Amedeo nel regno di Sardegna già occupato e ridotto in provincia militare francese. Tutta Italia s’insudiciava i ginocchi dietro le orme trionfali di Bonaparte ed egli ingannava questi, sbeffeggiava quelli con alleanze con lusinghe con mezzi termini. Gli Stati veneziani di terraferma da lui astutamente stuzzicati si levavano a romore contro lo stendardo del Leone: sorgevano per tutto alberi della libertà; egli solo sapeva con quanta radice. E fu un momento ch’egli dubitò della propria fortuna pel gran nugolo di nemici che aveva dinanzi a combattere, per la grande distanza di provincie non tanto fedeli né pienamente illuse che lo divideva da Francia; ma rifiutatigli i proposti negoziati, buttò via ogni timore e andò fino a Leoben ad imporre all’Austria i preliminari di pace. La Serenissima Signoria aveva veduto passarsi dinanzi quel turbine di guerra, come l’agonizzante che travede nell’annebbiata fantasia lo spettro della morte. Altro non avea fatto che avvilirsi, pazientare, pregare e supplicare, dinanzi al nemico prepotente che la schiacciava oncia ad oncia, disonorandola cogli inganni e col vitupero. Francesco Battaja, Provveditore straordinario in terraferma, fu l’interprete più degno di cotali vilissimi sensi  di  servitù;  e  infamò  peggiormente  la  sua  codarda  obbedienza coll’inobbedienza e col tradimento più codardi ancora. Alle umilianti proteste contro l’invasione delle città, l’occupazione dei castelli e delle fortezze, il sollevamento delle popolazioni, lo spoglio delle pubbliche casse, e la devastazione universale. Buonaparte rispondeva con beffarde proposte d’alleanza, con ironici lamenti, e con domande di tributi. Il procuratore Francesco Pesaro e Giambattista Cornes, Savio di terraferma, si erano abboccati con lui a Gorizia per protestare contro la parte presa da officiali francesi nelle rivoluzioni di Brescia e di Bergamo, nonché contro le piraterie degli armatori francesi negli 363 Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
a mezza strada col pensiero di Giulio e dell’ufficial còrso. Mi rimisi allora a piangere la morte di Leopardo, e ad onorare la sua memoria di quei postumi compianti che formano l’elogio funebre d’un amico. Piansi e farneticai un pezzo, finché per distrarmi pensai alla credenziale, e mi volsi a San Zaccaria per abboccarmi col negoziante greco. Trovai un mustacchione grigio di pochissime parole, che onorò la firma di mio padre, e mi chiese senz’altro in qual modo bramassi esser pagato. Gli risposi che desiderava solo gli interessi d’anno in anno e che il capitale lo lascerei volentieri in mani così sicure. Il vecchio allora diede una specie di grugnito, e comparve un giovine al quale consegnò il foglio, aggiungendo in greco qualche parola che non potei capire. Mi disse poi che quello era suo figlio e che n’andassi pure con lui alla cassa, ove mi sarebbe contata la somma secondo il mio piacimento. Quanto era ruvido e brontolone il vecchio negoziante, altrettanto suo figlio Spiridione piaceva per le sue maniere amabili e compite. Grande e svelto di statura, con un profilo greco moderno arditissimo, un colore piucché olivastro, e due occhi fulminei, egli mi entrò in grazia al primo aspetto. Intravvidi una grand’anima sotto quelle sembianze, e secondo la mia usanza l’amai addirittura. Egli mi snocciolò trecento cinquanta ducati nuovi fiammanti, mi chiese scusa sorridendo delle burbere accoglienze di suo padre, e soggiunse che non me ne spaventassi perché egli gli aveva parlato di me quella stessa mattina con tutto il favore, e che sarei il benvenuto nella loro casa, ove avrei ritrovato la confidenza e la pace della famiglia. Io lo ringraziai di sì benevoli sentimenti soggiungendo che questo sarebbe stato il mio più soave piacere, ove un qualche caso straordinario mi avesse fermato a Venezia. Così ci separammo, a quanto parve, amici in fin d’allora con tutta l’anima. Pranzai  quel  giorno,  v’immaginerete  con  quanta  voglia,  in  una bettolaccia, ove facchini e gondolieri litigavano sullo sgombero dei Francesi e l’entrata dei Tedeschi. Ebbi campo di compiangere profondamente la sorte d’un popolo che da quattordici secoli di libertà non avea tratto né un lume di criterio né la coscienza del proprio essere. Ciò avveniva forse perché quella non era libertà vera; e avvezzi all’oligarchia non vedevano motivo da schifare l’arbitrio soldatesco e l’impero di fuori. Per loro era tutto uno; tutto servire; discutevano sull’umor del padrone e sul salario, e null’altro. Qualche voce meno interessata stonava troppo in quel concerto, e avevano perfin paura di ascoltarla, tanto li aveva usati bene l’Inquisizione di Stato. Quand’io penso
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
dispregiativi mi diedero qualche sospetto ma non potei cavarne di più. Indi a poco rientrò quel capo svasato di Amilcare; nuovi baci, nuova maraviglia. L’era diventato negro come un arabo, con una certa voce che pareva accordata allo strepito della moschetteria; ma mi spiegarono poi che se l’aveva guastata a quel modo insegnando camminare alle reclute. Infatti il mover un passo, che è per sé cosa facilissima, i tattici di guerra l’hanno ridotta l’arte più malagevole del mondo e bisogna dire che prima di Federico II si combattessero le battaglie o senza camminare o camminando assai male; e non è incredibile che di qui a cent’anni s’insegni ai soldati a batter le terzine e marciare a passo di polka. Quella sera non volea terminare più, tante cose avevamo da raccontarci; ma eravamo usciti sui bastioni, e al sonar dei tamburi Lucilio fece motto agli altri due ch’era tempo di ritirarsi. «Eh sì!» disse Amilcare stringendosi nelle spalle. «Un ufficiale par mio ubbidirà al tamburo!» «Ed io sono malato; e fo conto d’essere allo spedale» soggiunse Giulio. Io mi fidava che Lucilio li avrebbe chiamati al dovere, perché mi tardava l’ora di abboccarmi coll’Aglaura e portarle la lettera e le notizie d’Emilio; ma i due coscritti non badavano punto alle parole del dottore e mi convenne godere la loro compagnia fin’oltre le nove. Allora vollero accompagnarmi al mio alloggio, e siccome non li invitai a salire e videro il lume alle finestre e un’ombra come di donna disegnarsi sulla cortina, cominciarono a darmi la baia, e far mille conghietture, e a consolarsi con me della mia fortuna. Insomma, sussurrava quel disperatello di Amilcare che io temeva ogni poco di veder l’Aglaura al balcone. Quando Dio volle Lucilio li persuase d’andarsene, e potei salire dalla giovinetta e confortarla della sua penosa solitudine. Le porsi la lettera e la vidi sospirare e quasi piangere nel leggerla, ma faceva forza a non lasciarsi vedere. «Se è lecito, chi vi scrive?» le chiesi. Mi rispose ch’era Spiro suo fratello. Ma schivò frettolosamente tutte le altre domande che le indirizzai, e solamente mi comunicò ch’egli s’era apposto benissimo e che la credeva a Milano in mia compagnia. Com’era dunque che non veniva a raggiungerla con quel grande affetto che le aveva? — Ecco quello che non seppe chiarire; ma lo chiarii in seguito quando seppi che Spiro era stato sostenuto in carcere come manutengolo della mia fuga. Appunto quella lettera usciva della prigione e perciò l’Aglaura se n’era intenerita. Mi chiese ella poi se io pure avessi ricevuto lettere da Venezia, e risposto-
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
lettera per la Pisana in tasca senza essermi avvantaggiato di nulla. Dentro ne inclusi una per l’Apostulos ove gli significava tutta la condotta dell’Aglaura, mettendomi ai suoi comandi in quanto poteva concernerla; lo pregava anche di prestarsi in quanto abbisognasse alla Pisana come per un altro me stesso. S’intende ch’io misi il tutto alla posta senza nulla dire alla giovine, perché lì era in ballo la mia coscienza e non si volean cerimonie. Far da papà sì, ma non da birbone per amor suo. Sul mezzogiorno mi abboccai con Lucilio al caffè del Duomo che a que’ tempi era il convegno di moda, e dove ci avevamo dato l’appostamento. Egli si mostrò spiacentissimo di non avermi potuto inscrivere nella Legione Cisalpina dove non c’era proprio più nessun posto vacante; ma piuttosto che lasciar ozioso un par mio, diceva egli, avrebbe cercato inspirazione dal diavolo, e poteva esser contento che gliene era saltata una di ottima. «Ora ti menerò dal tuo generale» diss’egli «generale, comandante, capitano, commilitone, tutto quello che vorrai! È uno di quegli uomini che sono troppo superiori agli altri per darsi la briga di accorgersene di mostrarlo: non si può credere ad alcun patto che in lui sia un’anima sola, e sembra che la sua immensa attività dovrebbe stancarne una dozzina al giorno. Contuttociò ammira i tranquilli e compatisce perfino gli indolenti. Sul campo io scommetto che da solo basterebbe a vincere una battaglia, purché non gli ferissero gli occhi nei quali risiede la sua potenza più straordinaria. È napoletano, e a Napoli direbbero che ha la jettatura, ovvero, come dicono nei nostri paesi, il mal’occhio; da non confondersi peraltro coll’occhio cattivo, anzi pessimo del fu cancelliere di Fratta.» «E chi è questa fenice?» gli chiesi. «Lo vedrai, e se non ti va a sangue mi faccio sbattezzare.» In queste parole mi tirò fuori del caffè, e giù a passo sforzato oltre al Naviglio di Porta Nuova verso i bastioni. Entrammo in una vasta casa dove il cortile era pieno affollato di cavalli di stallieri di scozzoni di selle di bardature come in una caserma di cavalleria. Per la scala era un su e giù di soldati di sergenti d’ordinanze come al palazzo del Quartier Generale. Nell’anticamera altri soldati, altre armi disposte a trofeo o gettate a fasci nei cantoni: v’avea anche ammassato in un canto un piccolo magazzino di tuniche di tracolle e di scarponi soldateschi. «Chi è?» pensava io «forseché è l’Arsenale?» Lucilio tirava diritto senza scomporsi, come persona di casa. Infatti senza neppur farsi annunziare nell’ultima anticamera da una specie d’aiutante Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
Ettore per poter ottener tanto dal proprio animo. L’alterigia piegava sbuffando sotto la forza inesorabile della volontà. La Pisana piangeva e una doppia vergogna le impediva di rivolgersi al pari al signor Ettore e a me. Questi ebbe compassione, non so bene se di me o di lei, e mi chiamò per qualche momento, diss’egli, fuori della stanza. Mi narrò com’era stato il suo primo abboccamento colla Pisana, com’ella sapendomi ufficiale al suo servigio si rivolgesse a lui per più certa contezza, e che ella era già delirante di gelosia, ed egli invaghito di lei al primo sguardo. Insomma mi confessò che, credendomi innamorato morto della mia greca, non aveva creduto illecito il giovarsi di quella fortuna che gli capitava in mano; tanto più soave e desiderata, quanto pochissime volte l’amore era penetrato nel suo duro petto di soldato. Si era perciò ingegnato di volgere a suo pro’ il furore della Pisana, e vi era infatti riescito in quei primi giorni. «Ma poi» soggiunse egli «non ci fu più verso ch’ella volesse ricordarsi di quei primi giorni d’ebbrezza. A Milano, a Firenze, a Roma mi seguì sempre muta, altera, insensibile; godendo delle mie smanie, rispondendo alle mie preghiere e alle minacce con questa acerba parola: «Mi son vendicata anche troppo!». Oh quanto soffersi, Carlo! Quanto soffersi! Ve lo giuro che foste vendicato anche voi! Pregava, supplicava, piangeva, faceva voti a Dio ed ai santi, non mi riconosceva proprio più!... Perfino alla corruzione ricorsi, e tentai coll’oro la sua cameriera, una certa veneziana dalla quale non volle mai separarsi...» «Chi?» esclamai io «come si chiamava?» «L’era una certa Rosa; una disgraziata che avrebbe venduto una sorella per dieci carlini. Ma oggi fu punita spaventosamente di ogni suo trascorso; e l’ho veduta fatta carbone fra le rovine del convento!... Or bene, neppure per l’infame intercessione di colei ottenni nulla; mi era avvilito abbastanza, mi sembra. La tolsi di Roma per menarla qui in questa solitudine, ove avea deliberato di ricorrere anche alla forza per ricondurla a’ miei desideri!... Vani pensieri, o Carlo!... La forza cade in ginocchio dinanzi ad un suo sguardo!... Io capiva che qualche suprema deliberazione, qualche passione invincibile me l’avea tolta per sempre dopo le concessioni quasi involontarie d’un momento di sorpresa!... Io vi scopersi tutta intera la verità, benché non debba esserne gran fatto vanitoso; traetene voi il vostro giudizio, e regolatevi a vostra posta. Il mio quartier generale sarà domani sera a Frascati, perché il general in capo Championnet ha ordinato una ritirata completa sopra tutta la linea.
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
una dozzina di quei don muti e stecchiti si volse meravigliata a guardarmi; indi battendo fieramente i tacchi al fianco del colonnello m’avviai fuori della sala. L’aria aperta mi fece bene; perché mi si rinfrescò d’un tratto il cervello, e fra i miei sentimenti si intromise un po’ di vergogna dello stato in cui m’accorgeva essere, e della brutta figura che temeva aver sostenuto nella conversazione della Contessa. Peraltro mi durava ancora una buona dose di sincerità; e cominciai a lamentarmi della fame che avevo. «Non hai altro?» mi disse il colonnello. «Andiamo al Rebecchino e là te la caverai.Non mi ricordo bene se dicesse il Rebecchino; ma mi pare di sì, e che in fin d’allora ci fosse a Milano questa mamma delle trattorie. Io mi lasciai condurre; me ne diedi una gran satolla senza trar fiato o pronunciar parola, e mano a mano che lo stomaco tornava in pace, anche il capo mi si riordinava. La vergogna mi venne crescendo sempre fino al momento di pagare; e allora stava proprio per rappresentare la commediola solita degli spiantati, di palpar cioè il taschino con molta sorpresa, e di rimproverarmi della mia maledetta sbadataggine per la borsa perduta o dimenticata; quando una più onesta vergogna mi trattenne da questa impostura. Arrossii di essere stato più sincero durante l’ubbriachezza che dopo, e confessai netta e schietta ad Alessandro la mia estrema povertà. Egli andò allora in collera che gliel’avessi nascosta in fino allora; volle consegnarmi a forza quei trenta scudi che aveva e che dopo pagato il conto non rimasero che ventotto; e si fece promettere che in ogni altro bisogno avrei ricorso a lui che di poco sì, ma con tutto il cuore m’avrebbe sovvenuto. «Intanto domani io devo partire senza remissione pel campo di Germania» egli soggiunse «ma parto colla lusinga che questi pochi scudi basteranno a farti aspettare senza incommodi la prima paga che ti verrà contata presto: forse anco dimani. Coraggio Carlino; e ricordati di me. Stasera devo abboccarmi coi capitani del mio reggimento per alcune istruzioni verbali; ma domattina prima di partire verrò a darti un bacio.» Che dabbene d’un Alessandro! Era in lui un certo miscuglio di soldatesca rozzezza e di bontà femminile che mi commoveva: gli mancavano le così dette virtù civiche d’allora, le quali adesso non saprei come chiamarle, ma gliene sovrabbondavano tante altre che si poteva fare la grazia. La mattina all’alba egli fu a baciarmi ch’io dormiva ancora. Io piangeva per l’incertezza di non averlo forse a rivedere mai più, egli piangeva sulla mia cocciutaggine di volermi rimanere oscuro impiegatuccio in Milano, mentre poteva andar
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
e la vidi talvolta adoperarsi presso la Pisana per rabbonirmela. Si studiava perfino di sfuggirmi, di fare con me la stizzosa perché non si avvedessero di quanto succedeva nel suo cuore, e la concordia rinascesse in mezzo a noi. Bruto, che fin’allora era andato in solluchero per l’allegra vita che si menava, scoperse con rammarico quei primi segni di dissapore e di trasordine, non ne capiva gran fatto ma gliene doleva all’animo. Ne mosse anche parola a me, ma io mi ritraeva burbanzoso, stringendomi nelle spalle; altro motivo di disgusto e di sospetto. L’Aquilina intanto ci perdeva nella salute; il fratello se ne inquietò; furono chiamati medici che fantasticarono molto, e non indovinarono nulla. La Pisana mi stringeva sempre; io mi rammoliva. Alla fine, non so come, mi lasciai sfuggire dalla bocca un sì. Bruto fu meravigliatissimo della proposta fattagli dalla Pisana, ma dietro reiterate assicurazioni di questa e che tutto fra me e lei era terminato di spontaneo accordo e che l’Aquilina moriva per me, egli se ne persuase. Se ne fece parola alla giovinetta, che non volle credere dapprincipio, e poi ne smarrì i sentimenti per la consolazione. Ma poi all’abboccarsi con me rimase senza fiato e senza parola; la poverina presentiva che io me le offeriva trascinato a forza e non aveva coraggio di chiedermi un tal sacrifizio. Lo credereste che la sua attitudine finì di commovermi affatto, e che sentii d’un subito nel cuore l’annegazione stessa della Pisana?... Mi parve di salvare la vita d’una creatura angelica a prezzo della mia, e la coscienza di questa valorosa azione diede al mio aspetto la serena contentezza della virtù. All’Aquilina non parve vero: in prima stentava a credere quello che la Pisana le aveva dato ad intendere, che cioè noi due non ci eravamo amati mai altro che come buoni parenti, ma poi vedendomi presso di lei calmo affettuoso e alle volte perfino felice, se ne capacitò. Allora non pose più freno agli slanci di gioia dell’anima sua, e mi convenne esserlene grato se non altro per compassione. Vedere quell’ingenua creatura rifiorir allora come una rosa inaffiata dalla rugiada, e risorgere sempre più bella e ridente ad un mio sguardo ad una parola, fu lo spettacolo che mi innamorò non forse di lei, ma di quell’opera miracolosa di carità. La Pisana non capiva in sé pel contento di questi felici effetti, e la sua gioia talvolta m’incaloriva in una virtuosa emulazione, tal’altra mi cacciava nel cuore la fitta della gelosia. Oh qual tumultuoso vortice d’affetti s’ingroppa e si sprofonda fra le piccole pareti d’un cuore! Anche allora io diedi prova di quell’estrema pieghevolezza che impresse molte azioni della mia vita d’un colore strano e bizzarro, per quanto la mia indole tranquilla e
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
idee chiare, sentimenti generosi e universali non erano più, se non forse in qualche testa segregata dalla folla per indolenza, per disdegno, per disperazione. Anche dove i popoli per sentimento nazionale avevano cooperato alla reazione contro la Francia, la ingratitudine premeditata dei grandi e la varia diffidenza dei piccoli mettevano ogni cosa a subbuglio. Credevano di tirar innanzi una grande impresa di libertà; invece non avevano assicurato che l’interesse di alcuni sommi a scapito di molte vere franchigie. E questo avveniva specialmente in Germania. Da noi invece, malcontenti del passato, perché passato senza lasciarci quella grassa eredità che s’aspettava, malcontenti del presente, perché somigliava una crudele canzonatura, i più s’adagiarono a vivacchiare, come si dice, a imbottirsi un guscio, a fornir la cucina. L’esperienza aveva indotto una grandissima disparità d’opinioni; perciò anche i pochi bene avveduti non ne speravano nulla o speravano troppo lontano. Solamente coloro che si erano avvezzati a quella meravigliosa attività e non potevano distogliersene a rischio anche di lavorare per nulla, guardavano ansiosamente alla Spagna dove ferveva lo spirito liberalesco. Esclusi dal maneggio degli affari, il talento di comandare, invincibile e legittimo negli operosi ed assennati, li traeva, come dissi, alle società segrete. Dalle Calabrie i Carbonari aprivano le loro vendite per tutta Italia e davano mano ai democratici di Francia, ai progressisti di Spagna. La vecchia razza latina ringiovanita dall’immaginazione e dal sentimento si gettava col suo impeto naturale nella battaglia dei tempi. Di là dal mare rispondeva la Grecia, meno avanzata in civiltà, ma più matura all’indipendenza per consentimento del popolo e per armonia d’opinioni. Il grido disperato di libertà che la vendetta di Alì Tebelen volse ai Greci, prima suoi nemici, risonò in tutti i cuori, dalle fumanti rovine di Parga alle rive melodiose di Sciro. I congressi degli alleati avevano posato un gran masso di ghiaccio sul cuore dell’Europa; ma il fuoco sprizzava all’estremità; muggivano minacciose le viscere della terra. Fu sullo scorcio del milleottocentoventi che, essendosi immiserite d’assai le nostre condizioni, e venendomi da Spiro buone speranze di aver pagamento del mio famoso credito di Costantinopoli, deliberai andarne a Venezia per abboccarmi secolui. Già fino dal luglio i Carbonari avevano improvvisato la rivoluzione di Napoli, ricavandone pel paese una larghissima costituzione; ma il re Ferdinando era già ito al Congresso degli Alleati in Troppau ove non istava più tanto in parola colle libere note ad essi inviate da Napoli. Laggiù si armavano contro la tempesta che s’addensava a settentrione. Una
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
povero cieco a cercar la limosina, Dio vel saprebbe dire. Peraltro ebbi il conforto di sapere che la grazia m’era venuta per intercessione della Principessa Santacroce e che con lei mi era concesso di abboccarmi prima di salpare dal porto di Napoli. La signora Principessa doveva essere invecchiata d’assai, ma aveva quel fare di bontà che è la perpetua giovinezza della donna. Mi accolse benissimo; e poiché non poteva vederla, io avrei giurato che l’aveva trent’anni come al tempo della Partenopea. Ella mi disse di essersi molto adoperata per me sia nel farmi graziare della vita sia nell’ottenere la mia liberazione; ma che non avea potuto riescir prima. Inoltre confessava che un’altra persona v’era alla quale più che a lei era certo obbligato; e che quella persona io la conosceva assaissimo ma che prima di consentire a farsi riconoscere da me voleva esser sicura dello stato di mia salute, e se veramente era così infermo degli occhi come dicevano. Non so chi credetti che fosse quell’incognita e pietosa persona, ma era impaziente di vederla quel tanto che poteva. «Signora Principessa» sclamai «pur troppo la luce più limpida degli occhi miei l’ho lasciata a Capua; e sono omai condannato a vivere in un perpetuo crepuscolo!... Le fattezze delle persone che amo mi sono nascoste per sempre, e soltanto coll’immaginazione posso bearmi delle serene ed amabili vostre sembianze!» M’accorsi che la Principessa sorrise mestamente, come di chi credesse guadagnare a non esser veduto. «Quand’è così» soggiunse ella aprendo un uscio che dava in un gabinetto «venite pure, signora Pisana, che il signor Carlo ha proprio bisogno di voi.» Per quanto il cuore me lo avesse detto, credo che in quel punto fui per impazzire. La Pisana era il mio buon angelo; io la trovava dappertutto dove il destino sembrava avermi abbandonato nei maggiori pericoli; vincitrice in mio favore dello stesso destino. Ella si precipitò di furia fra le mie braccia, ma si ritrasse nel momento che io le chiudeva per istringermela al cuore. Mi prese poi le mani e si accontentò di porgermi la guancia a baciare. In quel punto dimenticai tutto; l’anima non visse che di quel bacio. «Carlo» cominciò ella a dirmi allora con voce interrotta dalla commozione «sono venuta a Napoli or sono sette mesi con licenza anzi dietro invito di vostra moglie. La signora Principessa aveva scritto in gran premura a Venezia se un tal Carlo Altoviti che stava accusato di alto tradimento in Castel
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
tanto in lui, e perché, se credevi onesta la tua condotta, hai creduto bene di celarla ai tuoi genitori. So che sei ben avveduta quando ne hai voglia, e adesso dovresti accorgerti che il partito più saggio più onesto più furbo è di aprirti a me come ad un amico, perché si veda di metter ordine a tutto, accordando le nostre convenienze anche col tuo talento se vuoi!...» A queste parole la Pisana dimise affatto quel suo contegno di figliuola modesta e paurosa per diventare lesta sicura sfacciatella quale io l’avea veduta più volte colle cameriere, o in qualche crocchio durante le lunghe distrazioni di sua madre. «Padre mio» mi rispose col piglio disinvolto d’una prima amorosa che recitasse la sua parte «vi chieggo perdono di una mancanza che non finirò mai di rimproverarmi; ma non vi conosceva e aveva più paura della vostra autorità che confidenza nel vostro affetto. Sì, è vero; gli sguardi le preghiere di Enrico Cisterna mi hanno commossa, e per non vederlo patire, ho voluto concedergli quanto mi domandava.» «E se io ti dicessi che Enrico Cisterna è un tristo, un giovinastro senza decoro e senza probità, al quale l’abbandonarti sarebbe il peggior castigo che potessimo infliggerti?» «Oh non andate in collera!... No, per carità, che non ce n’è il motivo! È vero, ebbi compassione di Enrico; ma non ci sono tanto ostinata, e se non è di vostro piacimento, meglio qualunque altro che lui!...» «Così tu rispondevi alle sue lettere, tu ti abboccavi tutte le sere con esso lui alla finestra...» «Non tutte le sere, padre mio. Appena quella in cui la mamma spegneva il lume prima di mezzanotte. E siccome ella ha molte divozioni distribuite per varii giorni della settimana, così questo non avveniva che il lunedì il mercoledì e la domenica.» «Ciò non monta affatto. Voleva dire che quanto facevi lo facevi per mera compassione.» «Te lo giuro, papà: proprio per compassione.» «Sicché se domani venisse un gondoliere, un cenciaiolo a domandarti per compassione di far all’amore con lui, gli risponderesti di sì!» «No certo, papà. Il caso sarebbe molto differente.» «Ah dunque convieni che ci vedi dei meriti particolari in Enrico, per sentir piuttosto compassione di lui che di un altro?... Ora favorirai dirmi quali sono questi meriti.»
Le Confessioni di un italiano - Parte II di Ippolito Nievo
dalla mattina, aveva deciso, disse: – Io adesso andrò all’ultimo appuntamento con Angiolina. – Infatti, perché no? Viva o morta, Amalia lo avrebbe diviso per sempre dall’amante, ma perché non sarebbe andato a dire ad Angiolina che voleva rompere definitivamente ogni relazione con lei? Gli si aperse il cuore alla gioia di quell’ultimo abboccamento. La sua presenza in quella stanza non giovava a nessuno, mentre andando da Angiolina egli portava subito un olocausto ad Amalia. Al Balli che, meravigliato di quelle parole, cercava di distoglierlo dal suo proposito, egli disse che andava all’appuntamento perché voleva approfittare di quel suo stato d’animo per liberarsi per sempre da Angiolina. Stefano non gli credette; gli pareva di sentir parlare il solito debole Emilio e gli parve di renderlo più forte raccontandogli che quel giorno stesso egli era stato obbligato di scacciare Angiolina dallo studio. Lo disse con parole che non potevano lasciare dubbio sul motivo. Emilio impallidì. Oh, la sua avventura non era ancora morta. Rinasceva proprio là, al letto della sorella. Angiolina lo tradiva un’altra volta in modo inaudito. Gli parve di essere preso dallo stesso affanno di cui soffriva Amalia; proprio nell’istante in cui egli s’accorgeva che per Angiolina egli aveva dimenticato tutti i suoi doveri, ella lo tradiva col Balli. L’unica differenza fra le ire che lo avevano colto altre volte e quella che gli toglieva ora il respiro era ch’egli non poteva pensare di vendicarsi di quella donna altrimenti che con l’abbandono. Nella sua mente abbattuta non capiva più l’idea della vendetta. Gli avvenimenti si sarebbero svolti esattamente come se il Balli non gli avesse detto niente. Non gli era riuscito di celare la sua sorpresa dolorosa. – Te ne prego – disse con un calore che non tentò di mitigare – raccontami quello che è avvenuto. Il Balli protestò: – Oltre alla vergogna di aver dovuto fare una volta in mia vita da casto Giuseppe, non voglio mica avere anche quella di consegnare alla storia tutti i particolari della mia avventura. Tu però sei definitivamente perduto, se in una giornata simile vai ancora col pensiero a quella donna. Emilio si difese. Disse che già dalla mattina aveva deciso di abbandonare Angiolina, e che perciò le parole del Balli avevano potuto addolorarlo solo per il rimpianto di aver dedicato ad una simile donna tanta parte della propria vita. Stefano non doveva credere ch’egli sarebbe andato a quell’appuntamento con l’intenzione di fare una scena ad Angiolina. Sorrise debolmente. Oh, ne era tanto lontano! Anzi le parole del Balli avevano avuta tanta poca
Senilita di Italo Svevo
Andò all’appuntamento. Il dolore sarebbe ritornato subito dopo; per il momento egli amava ad onta di Amalia. Non c’era dolore in quell’ora in cui egli poteva fare proprio quello che la sua natura esigeva. Assaporava con voluttà quel sentimento calmo di rassegnazione e di perdono. Non pensò nessuna frase per comunicare il suo stato d’animo ad Angiolina; anzi il loro ultimo abboccamento doveva esserle assolutamente inesplicabile, ma egli avrebbe agito come se qualche essere più intelligente fosse stato presente a giudicare lui e lei. Il tempo s’era risolto in un vento freddo e violento, ma continuo, uguale; nell’aria non c’era più alcuna lotta. Angiolina gli venne incontro dal viale di Sant’Andrea. Vedendolo esclamò con grande stizza – una stonatura dolorosa nello stato d’animo di Emilio: – Sono qui da mezz’ora. Ero in procinto di andarmene. Egli, dolcemente, la trasse accanto ad un fanale e le fece vedere l’oriuolo che segnava precisamente l’ora stabilita per l’appuntamento. – Allora mi sono ingannata – disse ella, non molto più dolcemente. Mentre egli andava studiando il modo con cui dirle che quello sarebbe stato l’ultimo loro incontro, ella si fermò e gli disse: – Per questa sera dovresti lasciarmi andare. Ci vedremo domani; fa freddo e poi... Egli fu strappato all’indagine che sempre continuava su se stesso e la guardò, la osservò; comprese subito che non era il freddo che le faceva desiderare d’andarsene. Lo colpì inoltre di trovarla vestita con maggior accuratezza del solito. Un vestito bruno che non le aveva mai visto, elegantissimo, sembrava tirato fuori per qualche grande occasione; anche il cappello gli sembrò nuovo, e osservò persino delle scarpettine poco adatte per camminare a Sant’Andrea con quel tempo. – E poi? – ripeté egli fermandosile accanto e guardandola negli occhi. – Senti, voglio dirti tutto – disse lei assumendo un aspetto di confidenza risoluta, assolutamente fuori di posto e continuò imperterrita, senz’accorgersi che lo sguardo di Emilio si faceva sempre più torvo: – Ho ricevuto un ispaccio al Volpini con cui m’annunzia il suo arrivo. Non so che cosa egli voglia da me; ma a quest’ora, certo, si trova già a casa mia. Ella mentiva, non v’era alcun dubbio. Il Volpini cui, nella mattina, egli aveva scritto quella lettera, eccolo che, prima di riceverla, arrivava, contrito, a chiedere scusa. Sconvolto, rise triste: – Come? Colui che ieri ti scrisse quella lettera, oggi capita a ritirarla in persona ed anzi ti avvisa la sua venuta telegra-
Senilita di Italo Svevo
53 Ma lo soccorse a tempo un cavalliero di bello armato e lucido metallo, che porta un giogo rotto per cimiero, di rosse fiamme ha pien lo scudo giallo; così trapunto il suo vestire altiero, così la sopravesta del cavallo: la lancia ha in pugno, e la spada al suo loco, e la mazza all’arcion, che getta foco. 54 Piena d’un foco eterno è quella mazza, che senza consumarsi ognora avampa: né per buon scudo o tempra di corazza o per grossezza d’elmo se ne scampa. Dunque si debbe il cavallier far piazza, giri ove vuol l’inestinguibil lampa: né manco bisognava al guerrier nostro, per levarlo di man del crudel mostro. 55 E come cavallier d’animo saldo, ove ha udito il rumor, corre e galoppa, tanto che vede il mostro che Rinaldo col brutto serpe in mille nodi agroppa, e sentir fagli a un tempo freddo e caldo; che non ha via di torlosi di groppa. Va il cavalliero, e fere il mostro al fianco e lo fa trabboccar dal lato manco. 56 Ma quello è a pena in terra che si rizza, e il lungo serpe intorno aggira e vibra. Quest’altro più con l’asta non l’attizza; ma di farla col fuoco si delibra. La mazza impugna, e dove il serpe guizza, spessi come tempesta i colpi libra; né lascia tempo a quel brutto animale, che possa farne un solo o bene o male:
Orlando furioso - Volume secondo (canti 25-46) di Ludovico Ariosto
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Pietro Bembo   Rime � 20 25 30 Sì come più di me nessuno in terra visse de’ suoi pensier pago e contento, te qui tenendo la divina cura, così cordoglio equale a quel, ch’io sento, non è, né credo ch’esser possa, e guerra non fe’ giamai sì dispietata e dura la spada, che suoi colpi non misura, quanto or a me, che ‘n un sol chiuder d’occhi le mie vive speranze ha tutte extinto; ond’io son ben in guisa oppresso e vinto, che pur che ‘l cor di lagrime trabbocchi, mentre d’intorno cinto sarò de la caduca e frale spoglia, altro non cerco: o quando fia che voglia di vita il Re celeste e pio levarme? Prega ‘l tu, Santa, e così pòi quetarme. Avea per sua vaghezza teso Amore un’alta rete a mezzo del mio corso, d’oro e di perle e di rubin contesta, che veduta al più fero e rigid’orso umiliava e ‘nteneriva il core e quetava ogni nembo, ogni tempesta; questa lieto mi prese, e poscia in festa tenne molt’anni: or l’ha sparsa e disciolta, per far me sempre tristo, acerba sorte. Ahi cieca, sorda, avara, invida morte, dunque hai di me la parte maggior tolta, e l’altra sprezzi? O forte tenor di stelle, o già mia speme, quanto meglio m’era il morir, che ‘l viver tanto! Deh non mi lasciar qui più lungo spazio, ch’io son di sostenermi stanco e sazio. Sovra le notti mie fur chiaro lume e nel dubbio sentier fidata scorta i tuoi begli occhi e le dolci parole.
Rime di Pietro Bembo
Ebbela, e in nome del suo Cesare stesso. Egli abboccarsi vuol meco, ad ogni patto: a lui venirne m’offre, s’io il voglio; o ch’egli a me... Certo, ebbe da te ripulsa... No. Cesare amico, al cor mio schietto or più terror non reca, che Cesare nemico. Udirlo io quindi voglio, e fra breve, e in questo tempio stesso. Ma, che mai vuol da te? Comprarmi; forse. Ma in Bruto ancor, voi vi affidate, io spero. Più che in noi stessi. Affidan tutti in Bruto; anco i più vili. E a risvegliarmi, in fatti, (quasi io dormissi) infra’ miei passi io trovo disseminati incitatori avvisi: brevi, forti, romani; a me di laude e biasmo in un, come se lento io fossi a ciò che vuol Roma da me. Nol sono; ed ogni spron mi è vano. Ma, che speri dal favellar con Cesare?... Cangiarlo tu speri forse... E piacemi, che il senno del magnanimo Tullio, al mio disegno si apponga in parte.
Bruto secondo di Vittorio Alfieri
Cesare, sì; fra poco a te vien Bruto in questo tempio stesso, ove a te piacque gli arroganti suoi sensi udir pur dianzi, e tollerarli. Il riudrai fra breve da solo a sol, poiché tu il vuoi. Ten sono tenuto assai: lieve non era impresa il piegar Bruto ad abboccarsi or meco; né ad altri mai, fuorché ad Antonio, darne osato avrei lo incarco. Oh! quanto duolmi, che a’ detti miei tu sordo ognor, ti ostini in sopportar codesto Bruto! Il primo de’ tuoi voler fia questo, a cui si arrenda di mala voglia Antonio. In suon d’amico pregar pur volli, e in nome tuo, colui, che mortal tuo nemico a certa prova esser conosco, e come tale abborro. Odian Cesare molti: eppur, sol uno nemico io conto, che di me sia degno: e Bruto egli è. Quindi or, non Bruto solo, ma Bruto prima, e i Cassi, e i Cimbri poscia, e i Tulli, e tanti uccider densi, e tanti. Quant’alto è più, quanto più acerbo e forte il nemico, di tanto a me più sempre piacque il vincerlo; e il fea, più che con l’armi, spesso assai col perdono. Ai queti detti ricorrer, quando adoprar puossi il ferro; persuader, convincere, far forza a un cor pien d’odio, e farsi essere amico l’uomo, a cui torre ogni esser puossi; ah! questa contro a degno nemico è la vendetta la più illustre; e la mia. Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Bruto secondo di Vittorio Alfieri