superbia

[su-pèr-bi-a]
In sintesi
valutazione eccessiva delle proprie capacità
← dal lat. superbĭa(m), deriv. di supĕrbus ‘superbo’.
1
Alta opinione di sé che si manifesta con la costante ostentazione ed esaltazione delle proprie doti, unita a un atteggiamento sprezzante e altero nei confronti degli altri: mostrare s.; essere gonfio di s.; mettere su s.; salire in s.
2
TEOL Nella dottrina cattolica, uno dei sette peccati capitali, che si compie quando la considerazione di sé conduce a negare la propria dipendenza, e quindi la propria inferiorità, nei confronti di Dio || PROV. La s. andò a cavallo e tornò a piedi, spesso i superbi vanno incontro a cocenti sconfitte ‖ dim. superbiétta || pegg. superbiàccia

Citazioni
E di che mai Se non di terre si compon lo Stato E quelle che indugiando, ad una ad una Già lasciammo sfuggir, quante son elle? Casal, Bina, Quinzano e... se vi piace Noveratele voi, ché in tal pensiero Troppo caldo io mi sento. Il nobil manto, Che a noi fidato ha il Duca, a brano a brano Soffriam così che in nostra man si scemi, E che a lui messo omai da noi non giunga Che una ritratta non gli annunzi. Intanto Superbisce il nemico, e ai nostri indugi Sfacciato insulta. E questo è segno, o Sforza, Ch’ei brama una battaglia. Oh, che puot’egli Bramar di più che innanzi a sé cacciarne Colla spada nel fodero? Che puote Bramar di più? Dirovvel’io: che noi Tutto arrischiam l’esercito in un campo Ov’egli ha preso ogni vantaggio. Or questo Poniamo in salvo; ché le terre è lieve Ripigliar con gli eserciti. Con quali? Non, per mia fé, con quelli a cui s’insegna A diloggiar quando il nemico appare, A non mirarlo in faccia, a lasciar soli Nelle angosce i compagni; ma con genti Quali or le abbiam d’ira e di scorno accese, Impazienti di pugnar, con queste Si riparan le perdite, e si vince. Che dobbiamo aspettar? Brandi arrotati, Perché lasciarli irrugginir?
Il Conte di Carmagnola di Alessandro Manzoni
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Angelo Poliziano   Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano 121 Or poi che ad ale tese ivi pervenne, forte le scosse, e giù calassi a piombo, tutto serrato nelle sacre penne, come a suo nido fa lieto colombo: l’aier ferzato assai stagion ritenne della pennuta striscia il forte rombo: ivi racquete le triunfante ale, superbamente inver la madre sale. 122 Trovolla assisa in letto fuor del lembo, pur mo di Marte sciolta dalle braccia, il qual roverso li giacea nel grembo, pascendo gli occhi pur della sua faccia: di rose sovra a lor pioveva un nembo per rinnovarli all’amorosa traccia; a Vener dava a lui con voglie pronte mille baci negli occhi e nella fronte. 123 Sovra e d’intorno i piccioletti Amori scherzavon nudi or qua or là volando: e qual con ali di mille colori giva le sparte rose ventilando, qual la faretra empiea de’ freschi fiori, poi sovra il letto la venia versando, qual la cadente nuvola rompea fermo in su l’ale, e poi giù la scotea.
Stanze cominciate per la giostra del Magnifico Giuliano de Medici di Angelo Poliziano
XXVII Ma non voglio che noi entriamo in ragionamenti di fastidio; però ben sarà dir degli abiti del nostro cortegiano; i quali io estimo che, pur che non siano fuor della consuetudine, né contrari alla professione, possano per lo resto tutti star bene, pur che satisfacciano a chi gli porta. Vero è ch’io per me amerei che non fossero estremi in alcuna parte, come talor sol essere il franzese in troppo grandezza e ‘l tedesco in troppo piccolezza, ma come sono e l’uno e l’altro corretti e ridutti in meglior forma dagli Italiani. Piacemi ancor sempre che tendano un poco più al grave e riposato, che al vano; però parmi che maggior grazia abbia nei vestimenti il color nero, che alcun altro; e se pur non è nero, che almen tenda al scuro; e questo intendo del vestir ordinario, perché non è dubbio che sopra l’arme più si convengan colori aperti  ed  allegri,  ed  ancor  gli  abiti  festivi,  trinzati,  pomposi  e  superbi. Medesimamente nei spettaculi publici di feste, di giochi, di mascare e di tai cose; perché così divisati portan seco una certa vivezza ed alacrità, che in vero  ben  s’accompagna  con  l’arme  e  giochi;  ma  nel  resto  vorrei  che mostrassino quel riposo che molto serva la nazion spagnola, perché le cose estrinseche spesso fan testimonio delle intrinseche.” Allor disse messer Cesare Gonzaga: “Questo a me daria poca noia perché, se un gentilom nelle altre cose vale, il vestire non gli accresce né scema mai riputazione.” Rispose messer Federico: “Voi dite il vero. Pur qual è di noi che, vedendo passeggiar un gentilomo con una robba addosso quartata di diversi colori, o vero con tante stringhette e fettuzze annodate e fregi traversati, non lo tenesse per  pazzo  o  per  buffone?”  “Né  pazzo,  né  buffone,”  disse  messer  Pietro Bembo,  “sarebbe  costui  tenuto  da  chi  fosse  qualche  tempo  vivuto  nella Lombardia  perché  così  vanno  tutti.”  “Adunque,”  rispose  la  signora  Duchessa ridendo, “se così vanno tutti, opporre non se gli dee per vizio, essendo a loro questo abito tanto conveniente e proprio quanto ai Veneziani il portar le maniche a cómeo ed ai Fiorentini il capuzzo.” “Non parlo io,” disse messer Federico, “più della Lombardia che degli altri lochi, perché d’ogni nazion se ne trovano e di sciocchi e d’avveduti. Ma per dir ciò che mi par d’importanzia nel vestire, voglio che ‘l nostro cortegiano in tutto l’abito  sia  pulito  e  delicato  ed  abbia  una  certa  conformità  di  modesta attillatura, ma non però di manera feminile o vana, né più in una cosa che nell’altra, come molti ne vedemo, che pongon tanto studio nella capigliara, che si scordano il resto; altri fan professione de denti, altri di barba, altri di
Il Libro del Cortegiano di Baldassare Castiglione
Scena 15 La contessa Beatrice, la contessa Clarice, Donna Rosaura, il conte Onofrio e il conte Lelio. Rosaura La carrozza della signora Contessa Clarice non è ancora venuta, onde per non farla maggiormente arrossire colla mia conversazione anderò via, se mi date licenza (a Beatrice). Oh cara donna Rosaura, che dite? Voi avete preso in sinistra parte le mie parole. Godo infinitamente della vostra conversazione, e mi rincresce, che l’ora è tarda, che per altro vi pregherei lasciarvi servire nella mia carrozza, e vi condurrei per Palermo, senza alcuna difficoltà. (Il dirlo non mi costa niente) (da sé). Mi sorprende questa vostra inaspettata dichiarazione, la quale non corrisponde certamente al trattamento, che ho ricevuto fin ora da voi e dalla Contessa Eleonora. Oh, in quanto a quella pazza di Eleonora, non occorre abbadarvi. Ella è sempre cosí. Anzi mi sarò burlata delle sue caricature, e voi avrete creduto, ch’io ridessi di voi. Me ne dispiace infinitamente. (Che femmine accorte! Che femmine maliziose!) (da sé). (Che dite amica, vi do piacere?) (piano a Beatrice). (Vi sarò eternamente obbligata) (piano a Clarice). Posso assicurarvi, signora donna Rosaura, che la Contessa Clarice è piena di buon cuore, e non è né superba, né puntigliosa. Guardimi il Cielo. Voglio bene a tutti. Tratto bene con tutti, e non fo male
Le Femmine puntigliose di Carlo Goldoni
Alte terrà lungo tempo le fronti, tenendo l’altra sotto gravi pesi, come che di ciò pianga o che n’aonti. Giusti son due, e non vi sono intesi; superbia, invidia e avarizia sono le tre faville c’hanno i cuori accesi”. Qui puose fine al lagrimabil suono. E io a lui: “Ancor vo’ che mi ’nsegni e che di più parlar mi facci dono.
Divina Commedia di Dante Alighieri
Concreato fu ordine e costrutto a le sustanze; e quelle furon cima nel mondo in che puro atto fu produtto; 35 pura potenza tenne la parte ima; nel mezzo strinse potenza con atto tal vime, che già mai non si divima. Ieronimo vi scrisse lungo tratto di secoli de li angeli creati anzi che l’altro mondo fosse fatto; 40 ma questo vero è scritto in molti lati da li scrittor de lo Spirito Santo, e tu te n’avvedrai se bene agguati; e anche la ragione il vede alquanto, che non concederebbe che ’ motori sanza sua perfezion fosser cotanto. Or sai tu dove e quando questi amori furon creati e come: sì che spenti nel tuo disïo già son tre ardori. 50 Né giugneriesi, numerando, al venti sì tosto, come de li angeli parte turbò il suggetto d’i vostri alementi. L’altra rimase, e cominciò quest’arte che tu discerni, con tanto diletto, che mai da circüir non si diparte. 55 Principio del cader fu il maladetto superbir di colui che tu vedesti da tutti i pesi del mondo costretto. Quelli che vedi qui furon modesti a riconoscer sé da la bontate che li avea fatti a tanto intender presti: per che le viste lor furo essaltate con grazia illuminante e con lor merto, si c’hanno ferma e piena volontate;
Divina Commedia di Dante Alighieri
Capitolo I Quando io incominciai propuosi di scrivere il vero delle cose certe che io vidi e udi’, però che furon cose notevoli, le quali ne’ loro principî nullo le vide certamente come io: e quelle che chiaramente non vidi, proposi di scrivere secondo udienza; e perché molti secondo le loro volontà corrotte trascorrono nel dire, e corrompono il vero, proposi di scrivere secondo la maggior  fama.  E  acciò  che  gli  strani  possano  meglio  intendere  le  cose advenute, dirò la forma della nobile città, la quale è nella provincia di Toscana, edificata sotto il segno di Marte, ricca e larga d’imperiale fiume d’acqua dolce il quale divide la città quasi per mezo, con temperata aria, guardata  da  nocivi  venti,  povera  di  terreno,  abondante  di  buoni  frutti,  con cittadini pro’ d’armi superbi e discordevoli, e ricca di proibiti guadagni, dottata e temuta, per sua grandeza, dalle terre vicine, più che amata. Pisa è vicina a Firenze a miglia XL, Lucca a miglia XL, Pistoia a miglia XX, Bologna a miglia LVIII, Arezo a miglia XL, Siena a miglia XXX, San Miniato in verso Pisa a miglia XX, Prato verso Pistoia a miglia X, Monte Accienico verso Bologna a miglia XXII, Fighine verso Arezo a miglia XVI, Poggi Bonizi verso Siena a miglia XVI; tutte le predette terre con molte altre castella e ville; e da tutte le predette parti, sono molti nobili uomini conti e cattani, i quali l’amano piú in discordia che in pace, e ubidisconla piú per paura che per amore. La detta città di Firenze è molto bene popolata, e generativa per la buona aria; i cittadini bene costumati, e le donne molto belle e adorne; i casamenti bellissimi, pieni di molte bisognevoli arti, oltre all’altre città d’Italia. Per la quale cosa molti di lontani paesi la vengono  ad  vedere,  non  per  necessità,  ma  per  bontà  de’  mestieri  e  arti,  e  per belleza e ornamento della città. Capitolo II Piangano adunque i suoi cittadini sopra loro e sopra i loro figliuoli; i quali,  per  loro  superbia  e  per  loro  malizia  e  per  gara  d’ufici,  ànno  così nobile  città  disfatta,  e  vituperate  le  leggi,  e  barattati  gli  onori  in  picciol tempo, i quali i loro antichi con molta fatica e con lunghissimo tempo ànno acquistato; e aspettino la giustizia di Dio, la quale per molti segni promette loro  male  siccome  a  colpevoli,  i  quali  erano  liberi  da  non  potere  esser soggiogati. Dopo molti antichi mali per le discordie de’ suoi cittadini ricevuti, una ne fu generata nella detta città, la quale divise tutti i suoi cittadini in tal
Cronica di Dino Compagni
Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra se di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento. Cotesto medesimo odo ragionare a tutti i filosofi. Ma poiché quel che è distrutto, patisce; e quel che distrugge, non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente; dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono? Mentre stavano in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall’inedia, che appena ebbero la forza di mangiarsi quell’Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che l’Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui disseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa.
Operette morali di Giacomo Leopardi
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA G. D’Anna Thèsis Zanichelli Q Giorgio Vasari Le Vite   Parte terza centro della terra che fra le fessure di quello usciva fuori alcuna fiamma di fuoco e di solfo; et in Lucifero incotto et arso nelle membra con incarnazione  di  diverse  tinte  si  scorgeva  tutte  le  sorte  della  collera  che  la  superbia invelenisce e gonfia contra chi opprime la grandezza di chi è privo di regno dove sia pace, e certo di avere a·pprovare continovamente pena. Il contrario si  scorge  nel  San  Michele,  che  ancora  che  e’  sia  fatto  con  aria  celeste acompagnato dalle armi di ferro e di oro, gli dà bravura e forza e terrore, avendo già fatto cader Lucifero, e quello con una zagaglia abbatte a rovescio, senza che egli è dipinto d’una maniera che tanto quanto l’angelo getta splendore; tanto più cresce e multiplica paura e tenebre guardando Lucifero, che l’uno e l’altro fu talmente fatto da lui che egli ne ebbe dal re onoratissimo premio. Ritrasse Beatrice Ferrarese et altre donne e particularmente quella sua et altre infinite. Era Rafaello persona molto amorosa et affezzionata alle donne, e di continuo presto a i servigi loro. La qual cosa era cagione che, continuando egli i diletti carnali, era con rispetto da’ suoi grandissimi amici osservato, per essere egli persona molto sicura. Onde facendogli Agostin Ghigi, amico suo caro, allora ricchissimo mercante sanese, dipignere nel palazzo suo la prima loggia, egli non poteva molto attendere a lavorare per lo amore che e’ portava ad una sua donna; per il che Agostino si disperava di sorte, che per via d’altri e da sé, e di mezzi ancora, operò sì che appena ottenne che questa sua donna venne a stare con esso in casa continuamente, in quella parte dove Rafaello lavorava, il che fu cagione che il lavoro venisse a fine. Fece in questa opera tutti i cartoni e molte figure colorì di sua mano in fresco. E nella volta fece il concilio degli iddei in cielo; dove si veggono nelle loro forme abiti e lineamenti cavati da lo antico, con bellissima grazia e disegno espressi; e così fece le nozze di Psiche con ministri che servon Giove e le Grazie che spargono i fiori per la tavola; e ne’ peducci della volta fece molte storie, fra le quali in una è Mercurio col flauto, che volando par che scenda da ‘l cielo, et in un’altra è Giove con gravità celeste che bacia Ganimede; e così di sotto nell’altra il carro di Venere e le Grazie che con Mercurio tirano al ciel Pandora, e molte altre storie poetiche negli altri peducci. E negli spicchi della volta, sopra gl’archi fra peduccio e peduccio, sono molti putti che scortano bellissimi, che volando portano tutti gli strumenti de gli dèi: di Giove il fulmine e le saette, di Marte gli elmi, le spade e le targhe, di Vulcano
Le Vite - Volume secondo di Giorgio Vasari
Per far una leggiadra sua vendetta Amor fu solo autor di sì gran moto; Amor fu ch’a pugnar con tanta fretta trasse turbini e nembi, africo e noto. Ma dela stanca e misera barchetta fu sempr’egli il poppiero, egli il piloto; fece vela del vel, vento con l’ali, e fur l’arco timon, remi gli strali. Dala madre fuggendo iva il figliuolo quasi bandito e contumace intorno, perché, com’io dicea, vinto dal duolo, di fanciullesca stizza arse e di scorno. Né perché poscia il richiamasse, il volo fermar volse giamai né far ritorno e ‘n tal dispetto, in tant’orgoglio salse che di vezzo o pregar nulla gli calse. Per gli spazi sen gia del’aria molle scioccheggiando con l’Aure Amor volante e dettava talor rabbioso e folle tragiche rime a più d’un mesto amante; talor lungo un ruscello o sovra un colle piegava l’ali e raccogliea le piante e, dovunque ne giva, il superbetto rubava un core o trapassava un petto. - Non è questo lo stral possente e fiero ch’al rettor dele stelle il fianco offese? per cui più volte dal celeste impero l’aureo scettro deposto in terra scese? quel ch’al quinto del ciel nume guerriero spezzò, passò l’adamantino arnese? quel che punse in Tessaglia il biondo dio, superbo sprezzator del valor mio?
L Adone - Volume primo (canti 1-13) di Giovan Battista Marino
Chi vuol l’oro ritrar de’ crespi crini dale Grazie filato e dagli Amori, chi dele molli guance i duo giardini dove nel maggior verno han vita i fiori, chi dele dolci labra, i cui rubini chiudon cerchi di perle, i bei tesori, chi degli occhi ridenti il chiaro lume, spiegar l’inesplicabile presume. Giacinto insomma è tal, così s’appella, che di grazia e vaghezza ogni altro avanza, senon quanto gli fa l’età novella superbo alquanto il gesto e la sembianza e l’andar d’arco armato e di quadrella al’orgoglio del cor cresce baldanza, ond’è terror de’ mostri e dele belve e piacer dele ninfe e dele selve. L’alta bellezza del garzone altero subito, apena vista, il cor mi tolse; mercé del figlio tuo, ch’iniquo e fiero sempre, non so perché, meco la volse e per mostrarsi più perfetto arciero tanto alfin m’appostò che pur mi colse. Ma benché d’altri strali ei mi ferisse, questo fu il più crudel che mi trafisse. Per quest’amor ch’odiar mi fè mestesso e per cui non avrò mai l’occhio asciutto, io mi scordai del lauro e del cipresso, piante per me funebri e senza frutto. Leucotoe che languir mi fè sì spesso, di mente per costui m’usci deltutto; Clizia, da cui già tanto amato fui, a me volgeasi ed io volgeami a lui.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Pria dala verga e dalo spron corretto, poi con vezzi addolcito e fatto molle, quantunque ancor pien d’ombra e di sospetto consentir gli convenne a quant’ei volle; e benché gisse ov’era a gir costretto con precipizio impetuoso e folle, pur gli fè nondimeno un verde salce romper con bell’incontro infin al calce. Lascia il polledro e fa menar dal paggio altro destrier ch’è del color del topo, superbo sì, ma non così selvaggio e sempre avezzo ad investir lo scopo. Spirto ha discreto e moderato e saggio e senza segno alcun capo etiopo. Con occhio ardente e con orecchia aguzza fremita, anela ed annitrisce e ruzza. Di portar per l’agon l’usato incarco ferve già d’un desir non mai satollo e vuolsi delo sprone essergli parco, basta accennargli ed allentargli il collo; va più ratto che strale uscito d’arco, senza dar ala mano un picciol crollo; la via trangugia e rapido e leggiero, ruba di man la briglia al cavaliero. Dal correr trito e dal’andar soave Turbine è detto e i turbini trapassa. La destra allor di smisurata trave arma il guerriero estrano, indi l’abbassa e nel facchin, benché massiccia e grave, tutta, qual fragil vetro, ei la fracassa. Due volte corse e fè l’istesso effetto, l’una al guanciale e l’altra al bacinetto.
L Adone - Volume secondo (canti 14-20) di Giovan Battista Marino
Che natura vi diè; Ed esule contento A voi rivolgo il piè. Già la quiete, a gli uomini Sì sconosciuta, in seno De le vostr’ombre apprestami Caro albergo sereno: E le cure e gli affanni Quindi lunge volar Scorgo, e gire i tiranni Superbi ad agitar. In van con cerchio orribile, Quasi campo di biade, I lor palagi attorniano Temute lance e spade; Però ch’entro al lor petto Penetra nondimen Il trepido sospetto Armato di velen. Qual porteranno invidia A me, che di fior cinto Tra la famiglia rustica A nessun giogo avvinto, Come solea in Anfriso Febo pastor, vivrò; E sempre con un viso La cetra sonerò! Non fila d’oro nobili D’illustre fabbro cura Io scoterò, ma semplici E care a la natura. Quelle abbia il vate esperto Nell’adulazion; Chè la virtude e il merto Daran legge al mio suon. Inni dal petto supplice Alzerò spesso a i cieli, Sì che lontan si volgano
Le odi di Giuseppe Parini
posta, fra due fontane di acque chiarissime e dolci, con la punta elevata verso il cielo in forma d’un dritto e folto cipresso; per le cui latora, le quali quattro erano, si potevano vedere molte istorie di figure bellissime, le quali lei medesma, essendo già viva, aveva in onore de’ suoi antichi avoli fatte dipingere, e quanti pastori ne la sua prosapia erano in alcun tempo stati famosi e chiari per li boschi, con tutto il numero de’ posseduti armenti. E dintorno  a  quella  porgevano  con  suoi  rami  ombra  alberi  giovenissimi  e freschi, non ancora cresciuti a pare altezza de la bianca cima, però che di poco tempo avanti vi erano dal pietoso Ergasto stati piantati. Per compassione del quale molti pastori ancora avevano il luogo circondato di alte sepi, non di pruni o di rubi, ma di genebri, di rose e di gelsomini; e formatovi con le zappe un seggio pastorale, e di passo in passo alquante torri di rosmarino e di mirti, intessute con mirabilissimo artificio. Incontro a le quali con gonfiate vele veniva una nave, fatta solamente di vimini e di fronde di viva edera, sí naturalmente che avresti detto: “Questa solca il tranquillo mare”; per le sarte de la quale, ora nel temone et ora ne la alta gabbia, andavano cantanti ucelli vagandosi, in similitudine di esperti e destrissimi naviganti. Cosí ancora per mezzo degli alberi e de le sepi si vedevano fiere bellissime e snelle allegramente saltare e scherzare con varii giochi, bagnandosi per le fredde acque; credo forse per dare diletto a le piacevoli Ninfe guardiane del luogo e de le sepolte ceneri. A queste bellezze se ne aggiungeva una non meno da comendare che qualsivoglia de le altre; con ciò sia cosa che tutta la terra si potea vedere coverta di fiori, anzi di terrene stelle, e di tanti colori dipinta,  quanti  ne  la  pomposa  coda  del  superbo  pavone  o  nel  celestiale arco, quando a’ mortali denunzia pioggia, se ne vedeno variare. Quivi gigli, quivi  ligustri,  quivi  viole  tinte  di  amorosa  pallidezza,  et  in  gran  copia  i sonnacchiosi papaveri con le inchinate teste, e le rubiconde spighe de l’immortale amaranto, graziosissime corone ne l’orrido verno. Finalmente quanti fanciulli e magnanimi re furono nel primo tempo pianti dagli antichi pastori, tutti si vedevano quivi transformati fiorire, servando ancora gli avuti nomi: Adone, Iacinto, Aiace e ’l giovene Croco con la amata donzella; e fra questi  il  vano  Narcisso  si  poteva  ancora  comprendere  che  contemplasse sopra quelle acque la dannosa bellezza che di farlo partire dai vivi gli fu cagione. Le quali cose poi che di una in una avemmo fra noi maravigliosamente comendate, e letto ne la bella sepoltura il degno epitafio, e sovra a quella offerte di molte corone, ne ponemmo inseme con Ergasto in letti di alti Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Arcadia di Iacopo Sannazzaro
glio del signore assoluto aveva in fondo il fare vacillante e contrito d’un generale che capitola. «Figliuol mio» cominciò egli a dire «la professione delle armi è una nobile professione». «Lo credo» rispose il giovinetto con una cera da santo un po’ intorbidata dall’occhiata furbesca volta di soppiatto alla madre. «Tu  porti  un  nome  superbo»  riprese  sospirando  il  vecchio  Conte. «Orlando, come devi aver appreso dal poema dell’Ariosto che ti ho tanto raccomandato di studiare...» «Io leggo l’Uffizio della Madonna» disse umilmente il fanciullo. «Va benissimo;» soggiunse il vecchio tirandosi la parrucca sulla fronte «ma anche l’Ariosto è degno di esser letto. Orlando fu un gran paladino che liberò dai Mori il bel regno di Francia. E di più se avessi scorso la Gerusalemme liberata sapresti che non coll’Uffizio della Madonna ma con grandi fendenti di spada e spuntonate di lancia il buon Goffredo tolse dalle mani dei Saracini il sepolcro di Cristo.» «Sia ringraziato Iddio!» sclamò il giovinetto. «Ora non resta nulla a che fare.» «Come non resta nulla?» gli diede sulla voce il vecchio. «Sappi, o disgraziato, che gli infedeli riconquistarono la Terra Santa e che ora che parliamo un bascià del Sultano governa Gerusalemme, vergogna di tutta Cristianità.» «Pregherò il Signore che cessi una tanta vergogna» soggiunse Orlando. «Che pregare! Fare, fare bisogna!» gridò il vecchio Conte. «Scusate» s’intromise a dirgli la Contessa. «Non vorrete già pretendere che qui il nostro bimbo faccia da sé solo una crociata.» «Eh via! non è più bimbo!» rispose il Conte. «Compie oggi appunto i dodici anni!» «Compiesse anche il centesimo» soggiunse la signora « certo non potrebbe mettersi in capo di conquistare la Palestina.» «Non la conquisteremo più finché si avvezza la prole a donneggiare col rosario!» sclamò il vecchio pavonazzo dalla bile. «Sì! ci voleva anche questa bestemmia!» riprese pazientemente la Contessa. «Poiché il Signore ci ha dato un figliuolo che ha idea di far bene mostriamocene grati collo sconoscere i suoi doni!» «Bei doni, bei doni!» mormorava il Conte. «Un santoccio leccone!... un mezzo volpatto e mezzo coniglio!» Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Le Confessioni di un italiano - Parte I di Ippolito Nievo
Alle sei sonate Luigi Miceni depose la penna e s’infilò il soprabito corto corto, alla moda. Gli parve che sul suo   tavolino qualche cosa fosse fuori di posto. Fece combaciare i margini di un pacchetto di carte esattamente con le estremità del tavolo. Ci diede ancora una guardatina e trovò che l’ordine era perfetto. In ogni casella le carte erano disposte con regolarità che le faceva sembrare libretti legati; le penne accanto al calamaio erano poste tutte alla stessa altezza. Alfonso, seduto al suo posto, da una mezz’ora non  faceva nulla e lo guardava con ammirazione. A lui non   riusciva di portar ordine nelle sue carte. Qua e là era   visibile il tentativo di regolarle in alcuni pacchetti riuniti, ma le caselle erano in disordine; l’una era riempita di troppo e disordinatamente, l’altra invece vuota. Miceni gli avea spiegato il sistema per dividere le carte secondo il loro contenuto o la destinazione e Alfonso lo aveva capito, ma, per inerzia, dopo il lavoro della giornata non sapeva adattarsi ad altra fatica non assolutamente necessaria. Miceni già in atto di andare gli chiese: – E ancora non sei stato invitato dal signor Maller? Alfonso accennò di no; sfogatosi in quella lettera a sua madre, l’invito gli sarebbe stato una seccatura e null’altro. Era Miceni la causa che Alfonso nella lettera alla madre aveva alluso alla superbia dei principali; gli aveva parlato spesso dell’invito mancato. Vigeva l’uso che ogni nuovo impiegato venisse presentato in casa Maller, e a Miceni doleva che Alfonso non ne avesse ricevuto l’invito, perché, con questa prima ommissione, vedeva perdersi un’usanza cui egli sembrava tenerci. Miceni era un giovine mingherlino con una testa straordinariamente piccola, fornita di capelli neri ricciuti che portava corti. Era vestito da persona che può permettersi qualche lusso, acconciato con accuratezza poi, come il suo tavolo. Non solo nel vestire Alfonso differiva dal suo collega. Era pulito, però dal solino di bucato ma giallognolo, alla giubba grigia, tutto dinotava in lui il gusto poco raffinato e il desiderio di spenderli corti. Miceni, vanerello, gli rimproverava che l’unico suo lusso consistesse nei due occhi intensamente azzurri, l’effetto dei quali era scemato, sempre secondo Miceni, da una barba troppo abbondante di color castagno, tenuta senza cura. Alto e robusto, in piedi appariva troppo lungo, e tenendosi con tutto il corpo alquanto chino per innanzi quasi volesse assicurarsi dell’equilibrio, sembrava debole e incerto.
Una vita di Italo Svevo
135 l’onde spumose gira, horribil freme: vede il pastor da alto, et, secur, teme. Tal fremito piangendo rende trista la terra dentro al cavo ventre adusta: caccia col fumo fuor fiamma âcqua mista 140 gridando, ch’esce per la bocca angusta, terribile alli orecchi et alla vista: teme, vicina, il suon alta et robusta Volterra, et e lagon’ torbidi che spumano, et piove aspecta se più alto fumano. 145 Così cruciato il fer torrente frende superbo, et le contrarie ripe rode; ma, poi che nel piano largo si distende, quasi contento alhora appena se ode: incerto se in su torna o se pur scende, 150 ha de’ monti distanti facto prode: già vincitore al cheto lago incede, di rami et tronchi pien, montane prede. A pena è suta a tempo la villana pavida âprire alle bestie la stalla; 155 porta il figlio, che piange, nella zana; segue la figlia grande, et ha la spalla grave di panni vili, lini et lana; va l’altra vecchia masseritia a galla nuotono e porci et, spaventati, e buoi, 160 le pecorelle, et non si toson poi. Alcun della famiglia s’è ridocto in cima della casa, et su dal tecto la povera ricchezza vede ir socto, la fatica, la speme; et, per sospecto 165 di se stesso, non duolsi et non fa mocto: teme alla vita el cuor nel tristo pecto, né delle cose car’ par conto faccia: così la magior cura ogn’altra caccia.
Poemetti in ottava rima di Lorenzo de Medici
81 Né Pietà, né Quiete, né Umiltade, né quivi Amor, né quivi Pace mira. Ben vi fur già, ma ne l’antiqua etade; che le cacciâr Gola, Avarizia et Ira, Superbia, Invidia, Inerzia e Crudeltade. Di tanta novità l’angel si ammira: andò guardando quella brutta schiera, e vide ch’anco la Discordia v’era. 82 Quella che gli avea detto il Padre eterno, dopo il Silenzio, che trovar dovesse. Pensato avea di far la via d’Averno, che si credea che tra’ dannati stesse; e ritrovolla in questo nuovo inferno (chi ’l crederia?) tra santi ufficii e messe. Par di strano a Michel ch’ella vi sia, che per trovar credea di far gran via. 83 La conobbe al vestir di color cento, fatto a liste inequali et infinite, ch’or la cuoprono or no; che i passi e ’l vento le gìano aprendo, ch’erano sdrucite. I crini avea qual d’oro e qual d’argento, e neri e bigi, e aver pareano lite; altri in treccia, altri in nastro eran raccolti, molti alle spalle, alcuni al petto sciolti. 84 Di citatorie piene e di libelli, d’essamine e di carte di procure avea le mani e il seno, e gran fastelli di chiose, di consigli e di letture; per cui le facultà de’ poverelli non sono mai ne le città sicure. Avea dietro e dinanzi e d’ambi i lati, notai, procuratori et avocati.
Orlando furioso - Volume primo - canti 1-24 di Ludovico Ariosto
21 Disse Ranaldo: - Orlando non son io, Ma pure io farò quel che aggio proferto; Né per gloria lo faccio o per desio D’aver da te né guidardon né merto; Ma sol perché io cognosco, al parer mio, Che un par de amici al mondo tanto certo Né ora se trova, né mai se è trovato: S’io fossi il terzo, io me terria beato. 22 Tu concedesti a lui la donna amata, E sei del tuo diletto al tutto privo; Egli ha per te sua vita impregionata, Or tu sei senza lui di viver schivo. Vostra amistate non fia mai lasciata, Ma sempre serò vosco, e morto e vivo; E se pur oggi aveti ambo a morire, Voglio esser morto per vosco venire. 23 Mentre che ragionarno in tal maniera, Una gran gente viddero apparire, Che portano davanti una bandiera, E due persone menano a morire. Chi senza usbergo, chi senza gambiera, Chi senza maglia si vedea venire, Tutti ribaldi e gente da taverna; E peggio in ponto è quel che li governa. 24 Era colui chiamato Rubicone, Che avia ogni gamba più d’un trave grossa; Seicento libre pesa quel poltrone, Superbo, bestiale e di gran possa; Nera la barba avea come un carbone Ed a traverso al naso una percossa; Gli occhi avia rossi, e vedea sol con uno: Mai sol nascente nol trovò digiuno. Op� Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli
Orlando Innamorato - Libro I di Matteo Maria Boiardo
frutti. Né arebbono differito molto a dimostrarsi, se la morte di frate Piero, cardinale di Santo Sisto, non fusse seguita; perché, avendo questo cardinale circuito Italia, e ito a Vinegia e Milano, sotto colore di onorare le nozze di Ercule marchese di Ferrara, andava tentando gli animi di quelli principi, per vedere come inverso i Fiorentini gli trovava disposti. Ma ritornato a Roma si morì, non sanza suspizione di essere stato da’ Viniziani avvelenato, come quelli che temevano della potenza di Sisto, quando si fusse potuto dell’animo e dell’opera di frate Piero valere: perché, non ostante che fusse dalla natura di vile sangue creato, e di poi intra i termini d’uno convento vilmente nutrito, come prima al cardinalato pervenne, apparse in lui tanta superbia e tanta ambizione che, non che il cardinalato, ma il pontificato non lo capeva; perché non dubitò di celebrare uno convito in Roma, che a qualunque re sarebbe stato giudicato estraordinario; dove meglio che ventimila fiorini consumò. Privato adunque Sisto di questo ministro, seguitò i disegni suoi con più lentezza. Non di meno, avendo i Fiorentini, Duca e Viniziani rinnovato la lega, e lasciato il luogo al Papa e al Re per entrare in quella, Sisto ancora e il Re si collegorono, lasciando luogo agli altri principi di potervi entrare. E già si vedeva l’Italia divisa in due fazioni, perché ciascuno dì nascevano cose che infra queste due leghe generavono odio; come avvenne dell’isola di Cipri, alla quale il re Ferrando aspirava, e i Viniziani la occuporono; onde che il Papa e il Re si venivano a ristringere più insieme. Era in Italia allora tenuto nelle arme eccellentissimo Federigo principe di Urbino,  il  quale  molto  tempo  aveva  per  il  popolo  fiorentino  militato. Deliberorono per tanto il Re e il Papa, acciò che la lega nimica mancasse di questo capo, guadagnarsi Federigo; e il Papa lo consigliò, e il Re lo pregò andasse a trovarlo a Napoli. Ubbidì Federigo, con ammirazione e dispiacere de’ Fiorentini, i quali credevano che a lui come a Iacopo Piccinino intervenisse. Non di meno ne avvenne il contrario: perché Federigo tornò da Napoli e da Roma onoratissimo, e di quella loro lega capitano. Non mancavano ancora il Re e il Papa di tentare gli animi de’ signori di Romagna e de’ Sanesi per farsegli amici e per potere, mediante quegli, più offendere i Fiorentini. Della qual cosa accorgendosi quegli, con ogni rimedio opportuno contro  alla  ambizione  loro  si  armavano;  e  avendo  perduto  Federigo  da Urbino, soldorono Ruberto da Rimino; rinnovorono la lega con i Perugini, e con il signore di Faenza si collegorono. Allegavano il Papa e il Re la cagione  dello  odio  contro  a’  Fiorentini  essere  che  desideravano  da’  Viniziani  si
Istorie fiorentine di Niccolo Machiavelli
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Pietro Aretino   Dialogo   Giornata prima � contrafaria, si è egli la schiuma de la ribaldaria dei ribaldi: e un genovese ne scoppiava de le risa; al quale mi rivoltai una volta e dissi: “Genova mia, superbia tua:  per  saper  voi  comprar  la  vaccina  senza  lasciarvi  dar  punto d’osso,  noi  altre  potiamocivanzar  poco  a  darvene”.  Ed  è  così:  perché stracavanoil sottile dal sottile e lo acuto de lo aguzzo; e son troppo buon massai, e la tringiano come si dee, e non ti darebbono tantino di più. Gloriosi nel resto non ti potrei dir quanto; amatori di gentil creanze napolitane aspagnolate, riverenti: facendoti parer di zuccaro quel poco che ti danno, non mancando mai di quel tanto. Tu a costoro falla saper buona, e mesura le tue cose come essi mesurano le loro; e senza farti stomaco con quel favellar in gorgia, col naso e col singhiozzo: tòtela come ella va.
Dialogo di Pietro Aretino
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Torquato Tasso    La Gerusalemme liberata   Canto quinto 21 E se, poi ch’altri più non parla o spira, de’ nostri affari alcuna cosa sente, come credi che ’n Ciel di nobil ira il buon vecchio Dudon si mostri ardente, mentre in questo superbo i lumi gira ed al suo temerario ardir pon mente, che seco ancor, l’età sprezzando e ’l merto, fanciullo osa agguagliarsi ed inesperto? 22 E l’osa pure e ’l tenta, e ne riporta in vece di castigo onor e laude, e v’è chi ne ’l consiglia e ne l’essorta (o vergogna comune!) e chi gli applaude. Ma se Goffredo il vede, e gli comporta che di ciò ch’a te déssi egli ti fraude, no ’l soffrir tu; né già soffrirlo déi, ma ciò che puoi dimostra e ciò che sei. 23 Al suon di queste voci arde lo sdegno e cresce in lui quasi commossa face; né capendo nel cor gonfiato e pregno, per gli occhi n’esce e per la lingua audace. Ciò che di riprensibile e d’indegno crede in Rinaldo, a suo disnor non tace; superbo e vano il finge, e ’l suo valore chiama temerità pazza e furore. 24 E quanto di magnanimo e d’altero e d’eccelso e d’illustre in lui risplende, tutto adombrando con mal arti il vero, pur come vizio sia, biasma e riprende, e ne ragiona sì che ’l cavaliero, emulo suo, publico il suon n’intende; non però sfoga l’ira o si raffrena quel cieco impeto in lui ch’a morte il mena,
La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q Torquato Tasso    Rime sacre 25 Grave di colpe e d’onte, già veggio il sacro monte, talché del peso ancor l’alma si dole, e sotto doppio incarco e tarda e lenta; né contra il cielo imporre superba torre - a’ poggi ardisce o tenta. Quanti diversi monti, e quale altezza di saper vano e di possanza inferma soglion pur invaghir i folli e gli empi; anima vaga al precipizio avvezza angelico ed umano, or ti conferma con questi più sicuri e santi esempi; qui va piangendo i tuoi passati tempi, quando con debil possa pensavi Olimpo ed Ossa, e di lacrime pie lo cor adempi, di virtute in virtù sublime ed alta più che di colle in colle via qui n’estolle - e l’umiltà n’esalta. Qui gli angeli inalzaro il santo albergo, che già Maria col santo Figlio accolse, e ‘l portar sovra i nembi e sovra l’acque, miracol grande! a cui sollevo ed ergo la mente, ch’altro obietto a terra volse, mentre da’ suoi pensieri oppressa giacque. Questo è quel monte ch’onorar ti piacque de le tue sacre mura, Vergine casta e pura, anzi il tuo parto e poscia e quando ei nacque: perch’Atlante gl’invidii, avendo a scorno tuoi favolosi pregi, del Re de’ regi - e l’umil tuo soggiorno. O voi, che ‘n altra età le piagge apriche e i più gelidi monti e i salsi lidi peregrini cercaste e ‘l mar profondo,
Rime sacre di Torquato Tasso
Op. Grande biblioteca della letteratura italiana  ACTA   G. D’Anna   Thèsis   Zanichelli Q   Torquato Tasso    Rinaldo   Canto primo 21 Mentre così si lagna, ode un feroce innito di cavallo al cielo alzarsi; chiude le labbra allor, frena la voce Rinaldo, e non è tardo a rivoltarsi, e vide al tronco d’una antica noce per la briglia un destrier legato starsi, superbo in vista, che mordendo il freno s’aggira, scuote il crin, pesta il terreno. Nel medesmo troncone un’armatura vide di gemme e d’or chiara e lucente, che par di tempra adamantina e dura, ed opra di man dotta e diligente. Cervo che fonte di dolc’acqua e pura trovi allor ch’è di maggior sete ardente, od amador cui s’offra a l’improviso il caro volto che gli ha il cor conquiso, non si rallegra come il cavaliero, che così larga strada aprir vedea per mandar ad effetto il suo pensiero, che tutto intento ad oprar l’arme avea. Corre dove sbuffando il bel destriero con la bocca spumosa il fren mordea, e lo discioglie e per la briglia il prende, e ne l’arcion, senz’oprar staffa, ascende. Ma l’arme che facean, quasi trofeo sacro al gran Marte, l’alboro pomposo, distaccò prima, e adorno se ‘n rendeo, di tal ventura stupido e gioioso; conosce ben che chi quelle arme feo, fu di servirlo sol vago e bramoso, ch’erano ai membri suoi commode ed atte qual se per lui Vulcan l’avesse fatte.
Rinaldo di Torquato Tasso
cognato mi volle riparlare d’impieghi diplomatici che avrei dovuto sollecitare, io gli risposi: che avendo veduti un pochino più da presso ed i re, e coloro che li rappresentano, e non li potendo stimare un iota nessuni, io non avrei voluto rappresentarne né anche il Gran Mogol, non che prendessi mai a rappresentare il più piccolo di tutti i re dell’Europa, qual era il nostro; e che non rimaneva altro compenso a chi si trovava nato in simili paesi, se non se di camparvi del suo, avendovelo, e d’impiegarsi da sé in una qualche lodevole occupazione sotto gli auspici favorevolissimi sempre della beata indipendenza. Questi miei detti fecero torcere moltissimo il muso a quell’ottimo uomo che trovavasi essere uno dei gentiluomini di camera del re; né mai più avendomi egli parlato di ciò, io pure sempre più mi confermai nel mio proposito. Io mi trovava allora in età di ventitré anni; bastantemente ricco, pel mio paese; libero, quanto vi si può essere; esperto, benché così alla peggio, delle cose morali e politiche, per aver veduti successivamente tanti diversi paesi e tanti uomini; pensatore, più assai che non lo comportasse quell’età; e presumente anche più che ignorante. Con questi dati mi rimaneano necessariamente da farsi molti altri errori, prima che dovessi pur ritrovare un qualche lodevole ed utile sfogo al bollore del mio impetuoso intollerante e superbo carattere. In fine di quell’anno del mio ripatriamento, provvistomi in Torino una  magnifica  casa  posta  su  la  piazza  bellissima  di  San  Carlo,  e ammobigliatala con lusso e gusto e singolarità, mi posi a far vita di gaudente con gli amici, che allora me ne ritrovai averne a dovizia. Gli antichi miei compagni d’Accademia, e di tutte quelle prime scappataggini di gioventù, furono di nuovo i miei intimi; e tra quelli, forse un dodici e più persone, stringendoci  più  assiduamente  insieme,  venimmo  a  stabilire  una  società permanente, con admissione od esclusiva ad essa per via di voti, e regole, e buffonerie diverse, che poteano forse somigliare, ma non erano però, Libera Muratoreria. Né di tal società altro fine ci proponevamo, fuorché divertirci, cenando spesso insieme (senza però nessunissimo scandalo); e del resto nell’adunanze periodiche settimanali la sera, ragionando o sragionando sovra ogni cosa. Tenevansi queste auguste sessioni in casa mia, perché era e più bella e più spaziosa di quelle dei compagni, e perché essendovi io solo si rimanea più liberi. C’era fra questi giovani (che tutti erano ben nati e dei primari della città) un po’ d’ogni cosa; dei ricchi e dei poveri, dei buoni, dei
Vita di Vittorio Alfieri